Tonnellate di prodotti alimentari scaduti o contraffatti e prodotti chimici per "sbiancare" e sistemare le derrate che non erano più commerciabili: l'operazione "Titanium" arriva in aula. Nella maxi inchiesta che porta la firma di carabinieri e finanza c'erano finite 30 persone, tra Pontecorvo, il Basso Lazio e il Nord Italia.

Alcuni persino destinatari di una misura cautelare ai domiciliari, come i due pontecorvesi ritenuti persino «l'uno promotore, l'altro partecipe con il ruolo di provvedere alla custodia della merce, alla sua preparazione per il successivo smercio, alla costituzione e gestione delle società impegnate nelle attività di riciclaggio dei proventi illeciti di fonte associativa» sempre secondo le ipotesi accusatorie.

Un castello accusatorio complesso, che ipotesi che vanno dalla contraffazione alla sofisticazione e commercializzazione dei prodotti adulterati.
Tranne per alcune posizioni, alla maggior parte di costoro è contestato il vincolo associativo.

L'inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Emanuele De Franco, era arrivata anche nelle province di Milano e Lecco: i prodotti alimentari scaduti venivano "verniciati" con una sostanza, il biossido di titanio (da cui il nome dell'operazione "Titanium") il cui uso è consentito solo in piccolissime quantità poiché ritenuto altamente tossico.

Ieri in aula, verificata la regolarità delle costituzioni, le difese degli indagati (tra i quali gli avvocati Emanuele Carbone e Manlio Sera) si sono opposte alla costituzione di un'associazione di consumatori.
E l'udienza è stata aggiornata al prossimo 9 dicembre per sciogliere le riserve e discutere davanti al gup