Una storia che si ripete, in una forma diversa ma con lo stesso, tragico, problema di fondo: la violenza come mezzo utilizzato al posto della comunicazione.
Erano circa le 19 di giovedì quando il silenzio di piazza Mazzonna è stato interrotto, squarciato. La quiete del borgo si è schiantata contro l'ennesimo episodio di violenza tra ragazzi. Due contro due, alcuni dei quali minorenni, comunque tutti giovanissimi.

Pare che nessuno abbia visto niente, ma sul posto sono arrivati i carabinieri della Compagnia di Cassino e il 118.
Due ragazzi, presumibilmente gli aggressori, si sono allontanati immediatamente. Per i due ragazzi che invece sono rimasti è stato necessario il trasporto al Pronto soccorso dell'ospedale Santa Scolastica, entrambi curati dal personale medico e infermieristico, sono stati dimessi con quattro giorni di prognosi.
Ferite lievi, ma sempre ferite.

Non si conosce il motivo della rissa, forse questioni sentimentali, forse altro, resta il fatto che, pochi giorni dalla tanto terribile quanto tragica morte di Willy Monteiro a Colleferro, altri giovani abbiano pensato di risolvere una questione con l'uso della violenza.
Non si può non essere amareggiati di fronte a questi episodi che si reiterano, di fronte a questi atti che rappresentano una fetta dei giovani e giovanissimi.

Società senza filtri
Quello che traspare dai fatti di cronaca, soprattutto degli ultimi giorni, è che i giovani, e non solo loro, vivano ormai in un mondo senza filtri, dove quello che penso faccio o dico o pubblico sui social. Poco conta quali siano le conseguenze dei miei gesti, delle mie parole e delle mie scelte, azioni prive di pensieri dettate da un istinto a volte addirittura triviale. Il nostro tempo, in cui tanto si parla di comunicazione, di informazioni accessibili, di cultura trasversale è diventato, per antonomasia, il tempo del vuoto, del contenitore piuttosto che del contenuto, dove per essere ascoltati dall'altro non si usano pensieri e parole, ma grida e botte. Non si usano tesi ed elementi a supporto di questa, ma schiaffi e pugni. Dove non si usano esempi ma figure stereotipate e dove anche l'immagine può diventare un'arma letale, che ferisce e "uccide". 

Lo sguardo degli adulti
Dall'altra parte del "palcoscenico" ci sono loro, gli adulti, i genitori, le famiglie, le istituzioni. Quelli che sembrano non sapere e che non ci sono nei dieci, venti, quaranta minuti di un'aggressione, quelli che "mio figlio non può essere" o che "mio figlio ha fatto bene". Quelli che dicono "se a scuola qualcuno ti spinge tu dai un pugno".
Quelli che sanno ciò che accade ma solo perché glielo hanno raccontato. Se i giovani non hanno filtri, gli adulti non vanno d'accordo con le responsabilità, come se il solo fatto di essere partecipe di una decisione, di una segnalazione, di un gesto di solidarietà, con il conseguente coinvolgimento nelle dinamiche sociali, possa rappresentare essa stessa una forma di "corruzione".

Denunciare diventa così un "impiccio", diventare punto di riferimento può essere noioso e pensare agli altri uno spreco di tempo e di energie. In questi contesti, che rappresentano non l'intera società ma una parte di essa, la violenza è compagna dell'indifferenza e camminano sotto braccio e così la parola d'ordine,anzi la parola stessa, lascia il posto alla brutalità. Il gesto si fa violenza e la parola muore nel silenzio assordante. Si risveglia poi, dopo, quando tutto è compiuto, per diventare nuova forma di apparenza, attraverso i social, attraverso nuovi insulti, attraverso minacce e disprezzo, la violenza si fa verbo. Questo cammino miete vittime, troppe.