Hanno finto di essere proprietari di un appartamento Ater e avvalendosi di una figura interna all'azienda territoriale per l'edilizia residenziale hanno cercato di venderlo a una giovane mamma con un piccolo e in stato interessante che, dopo la separazione con il compagno, cercava con urgenza una sistemazione. Ma l'accordo non è stato perfezionato. E, dopo una denunciata aggressione, è stata aperta un'inchiesta che ieri ha portato alla notifica di un avviso di conclusione delle indagini preliminari emesso dalla procura di Cassino nei confronti di quattro persone tre delle quali parenti tra loro: P.S. di 56 anni, la figlia Q.P.
di 35 e un altro parente (P.M.) residente a San Giorgio.
Oltre a un impiegato Ater (T.M.). Al dipendente Ater di 57 anni e alla cinquantaseienne viene contestata un'ipotesi di tentata estorsione aggravata e lesioni personali. A tutti, in concorso, quella di truffa aggravata.

I fatti
L'episodio che ha fatto partire l'indagine coordinata dal pm Bulgarini Nomi, affidata ai militari della Sezione Operativa della Compagnia di Cassino guidata dal capitano Ivan Mastromanno risale al 2019 quando una ventottenne decide di denunciare un'aggressione avvenuta a seguito del mancato saldo della cifra pattuita con i tre denunciati. E tira in ballo anche un dipendente Ater.

Uno schiaffo e un'aggressione verbale finiti poi nero su bianco sull'informativa redatta dai militari che hanno effettuato mirate verifiche per capire di chi fosse l'appartamento, in realtà di proprietà ancora dell'Ente pubblico. E tra le altre cose, in precedenza già oggetto, sembrerebbe, di un'occupazione abusiva. In base agli elementi raccolti dagli inquirenti, i tre falsi venditori avrebbero comunque proposto alla giovane mamma di acquistare l'appartamento assicurandole che fosse nelle loro disponibilità. E proponendo l'affare a un prezzo irrisorio: 4.000euro, chiavi in mano. Una cifra da dividere in due tranche.

Per questo avrebbe dato loro un acconto di 2.000 euro, più alcune centinaia di euro in monili d'oro. E per infonderle maggiore fiducia inizialmente avrebbero messo come "garanzia" proprio la presenza di un impiegato Ater che ben conosceva iter e aspetti burocratici. Al momento del saldo della cifra, avendo scoperto di essere stata truffata, lagiovane non avrebbe voluto corrispondere la parte mancante. Una possibilità non messa in conto dai finti venditori, secondo i militari.
Proprio per questo sarebbe stata aggredita e minacciata (nel giugno del 2019). Prima di sporgere denuncia. Ora gli indagati, rappresentati dall'avvocato Ernesto Cassone, devono decidere se chiedere di essere ascoltati o presentare memorie per spiegare la loro posizione.