Fine marzo, nel pieno della pandemia. Alla domanda di Ciociaria Oggi "quanto durerà ancora?", lui rispose così: «Durerà per almeno altri due mesi». Oggi il dottor Mario Limodio dice: «Beh, avevo indovinato». Dirigente medico dell'unità operativa complessa di Malattie infettive e tropicali dell'ospedale di Frosinone, responsabile dell'unità operativa di "infezioni emergenti, dei viaggi, delle migrazioni, cooperazione internazionale". Ma è stato anche volontario in Rwanda e Lampedusa.
Dottor Limodio, i contagi non sono finiti ma siamo lontani dall'emergenza di febbraio e marzo. È cambiato il virus o è cambiata la risposta del sistema sanitario?
«Da maggio non vediamo più polmoniti da Covid. Questo è cambiato e si tratta di un fattore decisivo. Ma il virus è rimasto ed esiste. È fondamentale rispettare le regole: distanziamento di almeno un metro, mascherina e lavaggio frequente delle mani. Vero che all'aperto i raggi ultravioletti uccidono il virus, ma le precauzioni restano fondamentali».

Insisto: cosa è cambiato? Perché è evidente che non c'è la stessa preoccupazione dei mesi scorsi.
«Non ho la presunzione di raccontare cose che nessuno conosce davvero. Mi riferisco a perché il virus oggi è meno letale. Però alcuni fatti ci sono. Ripeto: non vediamo più polmoniti. A febbraio e marzo molti pazienti morivano per le complicazioni respiratorie causate dalle polmoniti. È cambiata la malattia, questo è sicuro. Senza polmoniti non c'è quell'impatto, non ci sono ricoveri a terapia intensiva. All'inizio ci hanno definito eroi: non è vero. Gli eroi sono stati i malati. Noi siamo dei professionisti, che nella stragrande maggioranza dei casi non sono diventati martiri. La "chiave" è rappresentata dall'assenza di polmoniti».

E il virus?
«Ci dicono che non è mutato. Non lo so, ma azzardo un giudizio sulla base di quello che vedo sul campo. È meno aggressivo, ci sta dando un vantaggio selettivo. Continuano ad esserci nuovi contagi, ma moltissimi sono asintomatici, tantissimi non hanno bisogno di essere ricoverati in ospedale e trascorrono la malattia in sorveglianza domiciliare. Anche chi è sintomatico ha una situazione gestibile. Poi ci sono i paucisintomatici. Insomma, il Covid-19 è cambiato clinicamente. È meno aggressivo. Punto. Il virus ha un'unica missione: riprodursi. All'inizio ha ucciso molto. Ma se uccide l'ospite, muore anche lui. Adesso la situazione è mutata radicalmente».
Quando davvero è cambiata la situazione?
«Dopo le prime autopsie effettuate. Poche per la verità e tutte al nord. Perché in quel momento è stato chiaro che la causa della morte erano le vasculiti. Abbiamo osservato situazioni mai viste prima nei polmoni. Poi abbiamo capito e l'uso dell'eparina (che in provincia di Frosinone c'è stato dall'inizio) ha cambiato la narrazione».
I test sierologici dicono che in provincia di Frosinone la circolazione del Covid-19 è stata molto bassa.
«Vero. Ma non per questo dobbiamo abbassare la guardia. Però bisogna essere intellettualmente onesti: l'impatto che c'è stato a Bergamo, Brescia, Milano è stato spaventoso. In quelle zone almeno il 7% della popolazione ha sviluppato gli anticorpi, da noi il 2%. Cifre che vanno tenute sempre presenti».
Lei sta seguendo anche la situazione dei migranti a Fiuggi.
«Unitamente al collega Giuseppe Di Luzio. Situazione completamente sotto controllo. Tutti negativi a due tamponi. Dico soltanto una cosa: evitiamo le discriminazioni e la caccia all'untore. In questa fase è necessario mandare messaggi rassicuranti in ogni direzione».

Per fine anno ci sarà il vaccino?
«Signori, il 24 agosto allo Spallanzani comincia la sperimentazione di un vaccino tutto italiano. Credo fermamente in questo percorso. I vaccini (insieme all'acqua potabile) hanno cambiato la storia dell'umanità. Sono fiducioso sui tempi della sperimentazione. Quando potrà essere disponibile su larga scala? Penso nella primavera prossima. Il che vuol dire che intanto dovremo convivere tranquillamente con il virus».
Tranquillamente? C'è chi ipotizza una seconda ondata. Lei cosa ne pensa?
«Nessuno può avere certezze su certi scenari. In ogni caso, se anche dovesse esserci una recrudescenza dell'infezione, oggi la malattia è un'altra cosa rispetto all'inizio. È cambiata radicalmente per l'assenza di polmoniti. E il sistema sanitario è preparato. C'è un altro punto: oggi molti casi sono positivi ad un solo gene (su tre). E non è ancora perfettamente chiaro se questa situazione è determinata da una vecchia infezione o da un virus meno aggressivo. Aggiungo che dobbiamo anche essere pronti a non bloccare tutto il resto. Non esiste solo il Covid. Le attività (anche ambulatoriali) relative alle altre patologie non possono più essere congelate».

Lei insegna Malattie infettive all'Università La Sapienza di Roma, nella sede di Frosinone, per il corso di laurea di scienze infermieristiche. Come ha spiegato il Covid?
«Intanto l'ho raccontato in videoconferenza. Ho assegnato un elaborato sulla descrizione di un paziente Covid ricoverato a Malattie infettive. Sono venute fuori considerazioni assai interessanti. D'altronde questa esperienza, per quello che mi riguarda, è stata la più forte mai vissuta. Nel bene e nel male. Abbiamo riscoperto una vocazione e un senso di solidarietà che forse avevamo smarrito. Al reparto abbiamo fatto squadra, scambiandoci esperienze, opinioni e sensazioni. Sperimentando sul campo terapie e farmaci. Continuiamo a farlo naturalmente, ma la situazione è cambiata. Rinnovo l'invito a non abbassare la guardia però. Osservare le precauzioni che dicevo all'inizio è fondamentale. È una cosa seria e non dobbiamo prenderla sotto gamba. Detto questo, la Asl di Frosinone ha dato una risposta straordinaria ad un'emergenza di queste dimensioni. Il Fabrizio Spaziani, come Covid hospital, ha rappresentato un'avanguardia di eccellenza».