La decisione di rinviare a giudizio tutti gli imputati per la morte di Serena era attesa da molti: troppo vasto il materiale raccolto dagli investigatori. Tanti faldoni da riempirci quasi una stanza. E troppo delicato il terreno su cui muoversi, con una studentessa uccisa in una caserma, secondo la tesi della procura. E tre ufficiali coinvolti nel tragico caso legato alla sua morte. Il giorno dopo il rinvio a giudizio dell'ex maresciallo Franco Mottola, del figlio Marco e della moglie Anna Maria, di Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano, una consapevolezza ha bussato alla mente di ognuna delle parti in gioco: inizia ora la vera battaglia. Ancor prima del 15 gennaio.

Se, infatti, il rinvio a giudizio non è una condanna (con i tre gradi a dimostrare innocenza o colpevolezza), altrettanto vero è che in un certo senso possa rappresentare l'inizio di una strada in salita. Forse di una partita a poker, con carte (vecchie e nuove) da giocarsi bene. Lo sanno gli imputati con i loro difensori - l'avvocato Francesco Germani e il pool coordinato dal professore Carmelo Lavorino; gli avvocati Paolo D'Arpino e Francesco Candido per Quatrale; gli avvocati Emiliano Germani e Cinzia Mancini per Suprano - pronti a mettere sul piatto le prove difensive. Ma lo sanno bene anche gli avvocati delle parti civili, con l'avvocato Sandro Salera a Federica Nardoni per la figlia e la sorella di Guglielmo. E ancor più Dario De Santis, lo storico avvocato di Guglielmo, che nel corso della sua importante vita professionale ha inevitabilmente legato la sua storia (anche umana) a quella del padre coraggio.

Quanto è stato importante il risultato di venerdì, non solo da un punto di vista giuridico?
«Importantissimo. Nel corso di questi diciannove lunghi anni abbiamo intrapreso un viaggio. Abbiamo iniziato un percorso complesso che ci ha dato occasione per dialogare anche oltre le questioni tecniche. Come ho detto nell'elogio funebre, ci sono state tante occasioni di parlare anche dei valori della vita: un rapporto umano importante. Ed è evidente che, sapendo quanto lui si sia battuto per arrivare a questo risultato, sarebbe stato oltremodo soddisfatto del raggiungimento dell'obiettivo: un passaggio importante che consente di andare avanti. Adesso ha inizio un altro percorso».

Prevedete di portare in dibattimento nuove prove?
«Da questo momento in poi parte la preparazione per il processo che sarà un'attività complessa. Ho un mio programma che non posso anticipare. Lavoro a testa bassa. Ma non lo escludo».
Sia lei che Germani avete legato le vostre vite rispettivamente ai Mottola e ai Mollicone. Persone che sono diventate un po' parte delle vostre famiglie. Ci avete mai pensato?
«Capita che l'esistenza o i percorsi professionali di persone si leghino in modo non prevedibile. Quando ho iniziato la mia professione, non potevo immaginare che mi sarei occupato di un caso del genere e che per una serie di circostanze diventasse un percorso di vita, un viaggio insieme. Così come per le esistenze, anche per le professioni può valere il destino o quello che per esso si intende. Però vale anche il principio che si può desumere dalla frase di uno scrittore: l'esperienza non è ciò che accade a un uomo ma ciò che un uomo fa con quanto gli è accaduto. Il rapporto che è sorto tra me e Guglielmo si è basato proprio sulla comunanza di valori con cui abbiamo affrontato tutto, sin dall'inizio».