L'immagine simbolo delle morti per Covid resterà per sempre negli occhi degli italiani quella dei camion dell'Esercito che trasportano le bare di Bergamo dove nel cimitero non c'era più posto per altre salme.

Anziani soprattutto, malati, persone di mezza età, donne, uomini, qualche giovane, nei reparti di terapia intensiva o di malattie infettive, nelle case di cura e di riposo, nelle proprie abitazioni. Ma soprattutto lontano da casa e dagli affetti familiari. Padri e madri di famiglia, mariti e mogli, figli, fratelli e sorelle, nonni, zii, nipoti, cugini, amici, conoscenti, i vicini della porta accanto, il vecchio compagno di scuola o l'insegnante.

E ancora l'abate di Casamari, il farmacista di Villa Latina, il professore di Frosinone in pensione, il finanziere a riposo di Cassino, l'imprenditore tornato dall'Irlanda in Valcomino, le coppie di Ceprano e Ausonia. Tanta gente comune, commercianti, imprenditori, casalinghe, pensionati. Persone alle quali non c'è stato il tempo di dire addio, di un ultimo abbraccio, di un'ultima telefonata. Di mettere un fiore, un rosario o un ricordo nella bara.

Per molti, soprattutto nella fase più cruenta della pandemia,non c'è stato tempo nemmeno di prepararli per l'ultimo viaggio e di partecipare al funerale.
Solo un addio veloce, direttamente al cimitero.
Perfino i funerali, durante il lockdown,erano vietati.
Il che ha accresciuto il dramma nel dramma.

Poi, quandosi è potuto, con il virus che faceva meno paura, si è ricominciato a celebrare i funerali, ma con la limitazione della presenza di quindici persone al massimo. Sono stati assistiti da medici e infermieri che, soprattutto nella fase clou della pandemia, hanno svolto un lavoro faticosissimo e dolorosissimo, con i turni che non finivano mai, i posti che non bastavano e le persone che continuavano a morire.

Poi, per fortuna, la situazione è migliorata con le terapie intensive che si sono svuotate, così come i reparti Covid. Con le terapie che da sperimentali sono diventate una costante. Era il tempo in ci si parlava di morti per e con il Covid. Del numero di patologie che aveva chi era morto.
Del cinico di turno che diceva sarebbe morto lo stesso.
Dell'incredulità nel sapere che nella lunga lista delle vittime c'era anche qualche giovane, nel fiore degli anni, senza nessuna patologia e che, pure, quel virus misterioso aveva stroncato.

In Italia si sono susseguite storie di autentico coraggio a storie di una drammaticità unica, come di chi ha scoperto solo dopo giorni che il proprio caro era morto o che addirittura era stato già cremato. Anche la provincia di Frosinone, pur inserita dal recente rapporto di Istat e Istituto superiore di sanità sulle morti da Covid-19 tra quelle a media intensità di contagi, ha pagato un grande tributo in termini di lutti, di dolore, di angoscia per le sorti dei propri cari, distanti dagli affetti e senza una parola di conforto di una voce amica.

Dall'8 marzo, data della prima vittima del Covid in Ciociaria, il cepranese Mario Ippoliti di 85 anni (a distanza di qualche giorno perderà la sua battaglia contro il virus anche la moglie), al 25 maggio, giorno del decesso di Paolo Ferraro, 70 anni, titolare della farmacia di Villa Latina, il primo e per ora unico deceduto tra le professioni sanitarie, in 78 giorni si sono registrate 51 vittime tra la popolazione della provincia di Frosinone.
In pratica, in questo periodo per Covid sono morte 0,65 persone al giorno, volendo fare una statistica.
Ci sono stati anche giorni in cui sono stati annunciati quattro morti (le comunicazioni ufficiali dei decessi non sempre sono state tempestive, con successivi aggiornamenti e variazioni comunicati, anche a livello nazionale, dopo giorni, settimane e, in qualche caso, mesi di ritardo).

I focolai subito individuati e arginati. Ci sono città che hanno sofferto più di altre le morti per Covid-19.
In genere lo sono state le città più popolose della provincia. Secondo i dati forniti dalle autorità sanitarie dalle amministrazioni locali Cassino ha avuto otto vittime, Ceprano cinque. Via via poi tutte le altre, tra le quali, Pontecorvo tre, Alatri, Ferentino, Frosinone e Sora due. Come due ne hanno avute Ausonia, Boville Ernica, Fumone e Supino. In qualche caso, come ad Ausonia e Ceprano sono morti marito e moglie.
Ad Arce poco dopo il decesso per Covid della moglie si è spento anche il marito,anche se quest'ultimo non è stato considerato come vittima del virus.

Non sempre è stato semplice ricostruire l'esatta provenienza delle vittime, anche da parte delle stesse amministrazioni cittadine. Diverse vittime da anni si trovavano in case di riposo, altre avevano cambiato la residenza effettiva, ma non quella anagrafica e dunque, pur risultando tra i deceduti di una data città, con quella non avevano più niente a che fare e in quella non avevano certo contratto il virus. Per altre ancora c'era discrepanza tra la residenza sanitaria e quella anagrafica per cui in carico al servizio sanitario il paziente risultava di un posto, mentre all'anagrafe risultava vivere altrove.

Gli italiani hanno fatto i conti, così, con una parola nuova cluster. Alcune vittime sono state segnate dal destino comune, come il fatto di esser legate da vincoli di parentela o di frequentazione o, semplicemente, per aver convissuto nella stessa abitazione, casa di cura o di riposo dove hanno contratto la malattia. Non a caso, una volta che scattava la positività l'Asl andava subito alla ricerca dei cosiddetti link, per stabilire eventuali collegamenti e prevenire possibili nuovi contagi.
Nuovi contagi che, a volte, si sono avuti all'interno delle mura domestiche, magari dove soggiornavano persone asintomatiche o in isolamento domiciliare.

Da qui, nella fase successiva a quella della piena emergenza, la ricerca, da parte della Asl, degli asintomatici tra quanti potevano aver avuto contatti con persone risultate positive al virus. L'effetto per la provincia è stato comunque devastante se è vero come pubblicato nell'edizione di ieri, sulla base dei dati raccolti su iniziativa dell'associazione dei Medici di famiglia per l'ambiente che molti pazienti, pur guariti, non recupereranno totalmente la funzione polmonare o la recupereranno solo a distanza di mesi o anni.

Ad Anagni,in tal senso, è stato avviato un progetto di monitoraggio per capire quali effetti abbia lasciato sul fisico il nuovo Coronavirus. I contagiati totali in provincia di Frosinone, dall'inizio dell'emergenza fino alla giornata di ieri, sono ben 675. L'età media delle vittime è di 76,47, la mediana è di 80, la più giovane vittima aveva 46 anni, la più anziana 96. Sono in totale 22 donne e 29 uomini. Le donne decedute avevano in media 83,45 anni (la mediana 83) ovvero una media più alta di 12 anni rispetto agli uomini (71,17 la media, 73 la mediana).

Chiaramente il dato risente del fatto che sette ultranoventenni su otto deceduti sono donne.
Quattro delle cinque vittime più giovani, all'opposto, sono uomini. Il più piccolo aveva 46 anni, mentre il più anziano è appunto, con 91, è l'unico ultranovantenne.