La mattina del 18 maggio 1944 una pattuglia polacca entra nel monastero di Montecassino. Dopo mesi di battaglie, migliaia di morti e immani distruzioni, gli Alleati riescono ad avere ragione dell'ostinata resistenza tedesca e a riprendere l'avanzata verso Roma, dove giungeranno il 4 giugno.

Centinaia di migliaia di uomini e mezzi si riversano nei giorni successivi nelle valli del Liri e del Sacco, mentre altre truppe del variegato e multinazionale esercito che risale la penisola avanzano lungo le direttrici degli Appennini laziali. Tra i tanti contingenti che lo compongono ci sono alcune divisioni del CEF, il Corpo di spedizione francese, costituite in prevalenza da unità provenienti dal Marocco. Da qui la denominazione complessiva di "marocchini", pur essendo quelle truppe composte anche da tunisini e algerini. In battaglia si sono rivelati combattenti temibili e coraggiosi.

Ma, cessate le ostilità, si renderanno responsabili di ogni efferatezza nei confronti delle popolazioni locali, specie le donne che violenteranno a migliaia. A distanza di settantasei anni da quei fatti abbiamo raccolto, grazie alla collaborazione della professoressa Cinzia Loi e del marito Elio Giuliani, la testimonianza di una donna amasenese, oggi novantunenne, che pur essendo scampata a quelle violenze vi ha assistito rimanendone segnata per sempre.

Si chiama Anita D'Ambrogio, classe 1928, sguardo attento e ottima memoria. Ci accoglie nel salone della sua casa. Accanto a lei tutta la famiglia che in silenzio assiste insieme a noi al racconto che segue.
«Avevo sedici anni nel 1944. Ero fidanzata con Giulio Nardoni che poi, dopo la guerra, ho sposato. Cominciò male il periodo della guerra per la nostra famiglia.
Prima dell'arrivo dei marocchini ad Amaseno c'erano i tedeschi. Avevano fame, cercavano le bestie da macellare. A mio suocero, Andrea Nardoni, i tedeschi hanno chiesto dove stavano le mucche. Forse non si capirono, forse hanno provato a rubargliele e gli hanno sparato.

Dopo una settimana Giulio e la madre hanno ritrovato il corpo di Andrea e lo hanno seppellito al cimitero. Per questi fatti il comune di Amaseno ci ha dato una medaglia di bronzo, quattro anni fa. La mia era una famiglia contadina. Vivevamo nella frazione di Vettia, vicino alla scuola, sotto il Monte delle Fate. Oltre a coltivare la terra avevamo anche pecore e capre.
I marocchini arrivarono all'improvviso, verso la fine di maggio e i primi di giugno del 1944. Noi però avevamo già saputo che cercavano le ragazze e avevamo paura». 

All'improvviso il racconto di Anita si interrompe.
Le sue mani s'intrecciano con forza quasi per darsi coraggio, mentre il suo sguardo per un attimo sembra perdersi nel vuoto. Un sospiro e i ricordi iniziano a riaffiorare.«Prima i marocchini hanno violentato mia madre, Virgilia Di Girolamo. Lei ce lo raccontò e da quel giorno io e mia sorella non siamo state quasi più a casa. Andavamo a rifugiarci in una grotta. Di notte però andavamo in montagna e dormivamo tra le piante di salvia. Mamma raccontò della violenza anche a mio padre, ma non ai suoi fratelli, che erano più piccoli.
Un giorno, mentre andavamo verso la grotta, ci arrivò di fronte un marocchino. Era solo».

«Signora, era vestito così?», chiediamo ad Anita mostrandole una foto tratta da un libro sulle truppe coloniali francesi in Italia. «Sì, era proprio vestito così», risponde Anita, proseguendo nel suo racconto.
«Io e mia sorella Emma, che era del 1923, quel giorno eravamo tornate a casa e stavamo ritornando verso la grotta. Quel marocchino ci è arrivato di fronte e ci ha "acciurciato" (ovvero prese per i capelli, ndr).
Non sembrava armato ma era forte. Ha violentato mia sorella, mentre io sono riuscita a scappare. Correvo e strillavo. Chiedevo aiuto, ma nessuno ci aiutò.
Dopo qualche ora sono tornata a casa. Non c'erano più marocchini. Mia sorella era già a casa e mia madre la stava assistendo. Tempo dopo un'ostetrica ha visitato Emma e le ha fatto riconoscere una pensione, ma non ha avuto tutti i soldi perché è stata truffata.

Tante mie amiche sono state violentate in quel periodo ma non hanno parlato. Dopo i marocchini non si sono visti più. Io però ho visto i segni della battaglia tra loro e i tedeschi nella zona di Fossa del Lupo.
È lì che sono passata tra i morti. Sono trascorsi tanti anni ma io ho ancora paura delle bombe, degli aerei e delle cannonate. Ricordo tutto».

Anita è stanca. La sua testimonianza si ferma qui, mentre i suoi occhi si inumidiscono. Non è il caso di andare oltre. Abbiamo ascoltato abbastanza.