Accade di vedere uno "spezzone" di mura ciclopiche rannicchiarsi davanti al sole senza che nessuno ne ammiri la maestosità e le faccia vivere nella loro imponenza. Là, dove la breve salita verso la porta Pax di Montecassino, camminando sulla "rosa dei venti", indirizza verso un ingresso chiuso da mesi: manca il brusio del popolo in visita sia per gustare le bellezze antiche o ricomposte sui bozzetti settecenteschi, sia per affidarsi al patrono d'Europa che riposa, da secoli, con la sorella Scolastica. E se il 31 l'abbazia di Montecassino, dove "vive" il cenobio voluto da San Benedetto, aprirà quella cancellata in ferro per abbracciare i tanti visitatori, resta l'immagine di un luogo raramente silenzioso, dove le generazioni si sono susseguite, dove si è salvata la cultura antica e si sono istruiti santi e papi, come gli abitanti della valle.
Non l'immagine di una solitudine, piuttosto di una beatitudine per occhi e animo. E poi, per "aggiornare" il vero senso della solitudine, l'abate Ogliari, ha fatto riecheggiare domenica parole che si infilano dritte nelle coscienze.

L'uso massiccio di pc, smarthone e tablet, che mal si accostano al monte sacro, «non ha accresciuto la qualità della comunicazione, certamente è divenuta più veloce, ma assieme alla rapidità e alla moltiplicazione dei contatti, si ha la netta impressione che siano stati favoriti una crescente superficialità e un mancato individualismo». Sono loro, i collegamenti virtuali ad aver «vaporizzato i rapporti umani» anche sespesso portano a emersione «una larvata sofferenza di fronte all'esperienza di solitudine e al disagio di doversi misurare con se stessi». Chi siamo, sia quando si oltrepassa quel cancello che quando si vive l'esistenza? Eppure la solitudine può aprire le giuste porte. «Fa parte della quotidinietà e ci accompagnerà per tutta la vita».

Tante le solitudini, quella più appariscente è esterna, «spesso non voluta come l'esperienza vedovile o matrimonio fallito, ma vi sono anche solitudini riconducibili anche alla piena emarginazione dei più deboli, messa in atto dalla società consumistica alla qualesta piùa cuoreil profittoche l'umano. Queste solitudini sono tante quante ne genera "la cultura dello scarto"». Vi è una solitudine fisica, desiderata e ricercata, «come spazio ha detto dom Donato incui rallentarelavita freneticain cui raccogliersi, concentrarsi, riposarsi nel corpo ed elevarsi nello spirito». Ma il "cuore" del cuore è la solitudine interna che si annida nelle profondità dell'animo, indipendentemente dal fatto che ci si trovi soli o in compagnia. «Nessuno può sfuggirvi anche se molti tentano di farlo, rifugiandosi in chat o auricolare o tastierina del cellulare. Eppure proprio perché nasce dal di dentro, questa forma di solitudine che spesso è una indefinibile nostalgiao melanconica non può essere evitata, ciascun essere umano se la porta con sé. Ed èsempre pronta a far riaffiorare in superficie le domande di senso su chi siamo e per che cosa viviamo».

E se non viene ignorata, può trasformarsi in occasione di chiarificazione, «necessaria al bisogno di sentirci riconfermati al cuore della nostra umanità». La vita si realizza anche nella capacità di vivere la dimensione della solitudine «quale spazio per forgiare se stessi, la sua fecondità consiste nel non cadere vittima della società elasciarci risucchiarci dalle paludi dell'apparenza e dell'effimero che ci appiattiscono sul pensiero dominante e su comportamenti omologanti falsi e, talora ridicoli». Accogliendola diventa una alleata, «la soglia che si introduce alla verità di noi stessi, lo spazio nel quale conoscerci meglio per meglio partecipare alla edificazione di una società più giusta».
Eccola l'abbazia di Montecassino, una "casa", non solo da ammirare ma anche da vivere e da...ascoltare.