Parte da oggi nel nostro Paese l'atteso periodo di riaperture delle attività economiche e degli esercizi commerciali, dopo oltre due mesi di chiusura forzata imposta dall'epidemia da Coronavirus. Ma nonostante il lento ritorno alla normalità, il problema dei contagi continua a sollevare opinioni discordanti e polemiche. Soprattutto quando si tratta di persone che potrebbero essere state contagiate sul luogo di lavoro. Una questione sempre viva, che ha innescato uno scontro tra industriali, Inail e sindacati. Confindustria, infatti, vorrebbe una sorta di scudo penale per le aziende che dimostrano di avere rispettato rigorosamente le attuali norme di sicurezza.

Mentre le organizzazioni dei lavoratori sottolineano come gli imprenditori in regola non debbano temere nulla. Al contrario, i consulenti del lavoro sostengono che anche quanti hanno adottato tutte le misure prescritte rischiano un procedimento penale e il sequestro dell'attività, con le inevitabili conseguenze economiche. Una recente dichiarazione del ministro allo Sviluppo, Stefano Patuanelli, sembra orientata a riconoscere le tesi degli industriali: «È giusto che l'impresa metta in sicurezza i propri dipendenti. Ma le aziende che rispettano i protocolli non possono rispondere dei contagi».

In questo vortice di polemiche che sembra inarrestabile, è intervenuto anche il vicepresidente di Confindustria, nonché patron del Frosinone Calcio, Maurizio Stirpe, al quale ci siamo rivolti per conoscere il suo autorevole parere sulla questione. «Il discorso è semplice - ci ha detto Stirpe - il contagio da Covid-19 considerato infortunio sul lavoro deve essere dimostrato. Ed è evidente che per dimostrare la responsabilità civile e penale dell'imprenditore bisogna provare un nesso di causalità della malattia in occasione del lavoro».

Quindi, va esentata dalla responsabilità l'azienda che abbia rispettato scrupolosamente le norme di sicurezza sui luoghi di lavoro?
«Senza parlare di "scudi", è indispensabile provare che il datore non abbia ottemperato ai protocolli di sicurezza, decisi dal Governo in accordo con i sindacati, per potergli attribuire una qualsiasi responsabilità. È ovvio, comunque, che chi risultasse inadempiente va sanzionato. Occorre in ogni caso una seria riflessione del legislatore su questo aspetto. Infatti, non capisco, perchè l'imprenditore debba essere considerato oggettivamente responsabile di un eventuale contagio sul luogo di lavoro a livello civile e penale».
Anche l'Inail però, in questi giorni sembra avere rivisto le proprie posizioni.
«L'Istituto ha precisato che dal riconoscimento del contagio come infortunio sul lavoro non discende automaticamente l'accertamento della responsabilità civile o penale del datore di lavoro. Inoltre, anche il suo presidente Franco Bettoni ha chiarito come "la denuncia di infortunio da infezione di Coronavirus non determina alcun automatismo". Questo significa che l'Inail è tenuta a valutare tutte le circostanze e le modalità dell'attività lavorativa prima di stabilire se c'è stata un'alta probabilità o la certezza che il contagio sia avvenuto sul lavoro. Del resto la circolare Inail dello scorso 3 aprile precisa che la presunzione di origine professionale vale soltanto per gli operatori sanitari e altri lavoratori in costante contatto con il pubblico. Dunque, il rischio di contagio viene valutato in modo specifico soprattutto negli ambienti ospedalieri, dove è frequente il ricovero di pazienti affetti da Coronavirus».

Anche il ministro Patuanelli sembra avere sposato le tesi degli industriali.
«Il ministro dello Sviluppo non ha fatto altro che chiarire un aspetto contraddittorio sull'attribuzione della responsabilità agli imprenditori. Ha detto semplicemente che bisogna dimostrare come il contagio sia derivato da un'occasione di lavoro. E che l'azienda non abbia rispettato i protocolli di sicurezza impartiti dal Governo. Una posizione logica e ragionevole».
Per concludere, che cosa auspica per la regolamentazione della materia?
«Spero che intervenga il ministro del Lavoro Catalfo per definire la questione in modo inequivocabile. Non vedo il motivo per cui gli imprenditori debbano rispondere del mancato rispetto delle norme di sicurezza quando si attengono a esse rigorosamente».