Sorrisi fuori, emozioni dentro. Non si accordano con le aspettative, piuttosto si aggrappano alla speranza di superare la barriera dell'ignoto. L'Italia che riapre è composta da volti, mamme, padri, figli, giovani e adulti, anziani: tutti vogliono recuperare il terreno della normalità. Con la scrupolosità assoluta che detta il Governo. Altro che mascherine, in ballo ci sono disposizioni ferree e pure costose e raccontano un'altra faccia della ripresa. Fatta di centimetri per valutare le "postazioni", di protezioni e di presidi, di spazi riadattati.
Un sistema doveroso, dove si inizia e si entra nel "gioco delle scatole cinesi". Perché doveroso fa pure rima con costoso.

Ecco perché si sente un coro in sottofondo – quelle emozioni dentro – rivolto ad approdi, aiuti, sostegni che scarseggiano. Ma oggi, per fortuna, la concentrazione è su quel momento fatidico in cui si apriranno le porte e si ricomincerà a sperare. In tutti gli ambiti ancora mancanti all'appello: oggi le prime celebrazioni nelle chiese e i fedeli sparsi e distanti tra i banchi ma anche laboratori riaperti per ricercatori o prof approdati nei loro studi nella "cattedrale" della Folcara e nelle altre sedi. Negozi che finalmente riaccendono le insegne, ristoranti che ricominciano ad emanare profumi, poi se misti alle miscele del caffè fanno gioire l'animo prima ancora del palato. Protocolli e linee guida, insieme al divieto assoluto di assembramenti, faranno da cornice alla fase più importante per tutti, laddove la responsabilità personale dovrà essere massima e laddove Regioni e Comuni saranno al "comando", con il monitoraggio di ogni singola realtà.

Ma più che la paura di sbagliare, c'è tanta voglia di farcela. E anche un bel po' di nostalgia. Sarà una festa rivedere clienti, pazienti, colleghi, giovani, studenti: ognuno tornerà a coltivare anche il proprio amor proprio, quella porzione che viene dalla realizzazione lavorativa. Un palcoscenico di sentimenti dopo aver combattuto il mostro in "clausura" con resilienza; ora, superata la sfida dell'isolamento, si tornano a lucidare tavoli, a preparare ordinativi, a sistemare le ricerche nei laboratori, a cesellare la lista clienti fino ad abbracciare idealmente i fedeli che oggi potranno entrare nelle chiese. Perché convivere con il virus non significa soltanto proteggersi ma anche mantenere nei giusti confini ansie, incertezze, titubanze.

Ma la ripresa ha due facce, si tinge delle stesse emozioni laddove tornerà possibile scegliersi un abito, un profumo, accomodarsi a un tavolo, sorseggiare un aperitivo, salutare gente, riprendere pian piano anche gli allenamenti specialistici. Per conciliare ripresa e sicurezza ognuno dovrà ricordarsi il lockdown per conservare la giusta dose di cautela, non sarà possibile chiudere gli occhi o strizzarli con superficiale benevolenza, piuttosto una convivenza consapevole e adeguata ai luoghi.

Con passi ragionati ci sarà la ripresa nella ripresa. Oggi vanno avanti i titolari, i professionisti, i responsabili dei settori ma dietro di loro ci sono pure dipendenti, collaboratori che saranno inseriti mano a mano che si faranno i conti con la quotidianità e si vedrà qualche risultato tangibile. «Mai vissuto nulla di simile dalla seconda guerra mondiale», dice qualche sindaco dai territori, laddove anche le commemorazioni si sono svolte finora in "solitudine", ma adesso è tempo della ricostruzione, consci che la battaglia non è finita, e di riprendere in mano le redini del futuro. Sempre a passo lento e consapevole, altrimenti sarà tutto inutile, con il sogno vivo di provare a lasciare ai libri di storia gli ultimi mesi.