Ci ho pensato molto, se raccontare questa storia oppure no. Me la sono tenuta dentro per diversi motivi: per timore di causare dolore ai familiari di quest'uomo, per non dover affrontare le conseguenze di quanto sto per scrivere, per soggezione nei confronti della morte. Oggi ho scelto di farlo. Perché è giusto. Naturalmente dopo aver chiesto il permesso a chi dovevo.
Il signor Armando, che amava farsi chiamare Nando, viene ricoverato il 4 marzo presso il reparto di Medicina Generale dell'ospedale di Fondi, cinque giorni prima che il presidente del Consiglio annunciasse in televisione il decreto destinato a cambiare la vita di tutti gli italiani, a causa dell'epidemia di coronavirus. Gli viene diagnosticata un'embolia polmonare. Non uno scherzo, ma per un fisico abbastanza integro come il suo, neanche un nemico invincibile.

Nonostante non sia più un giovanotto – di lì a un mese avrebbe compiuto settantotto anni – Nando reagisce bene alle cure e si avvia verso una completa guarigione. Ma quando sta per raggiungere il traguardo e tornare a casa, scopre del tutto casualmente che il suo compagno di stanza è stato appena trasferito allo Spallanzani per una polmonite virale da covid-19.
Già, i medici dell'ospedale San Giovanni di Dio non avevano riconosciuto i sintomi dell'epidemia più violenta dal dopoguerra ed avevano ricoverato uno sfortunato malato di coronavirus accanto al signor Nando. Ciononostante, l'ospedale decide di dimetterlo. Nando è guarito o comunque può proseguire le cure a casa, liberando il letto in ospedale. È il protocollo. Dio solo sa quanto lui avrebbe voluto tornare a casa, ma ha paura di aver contratto il virus e di mettere a repentaglio la salute dei suoi cari, così chiede di essere sottoposto a tampone faringeo, lo stesso test che aveva già fatto a Formia all'inizio della malattia, risultando negativo al covid-19.

Per il primario non ce n'è bisogno e deve andarsene tempo qualche giorno dall'ospedale. Nando insiste, non vuole essere la bomba che fa esplodere il contagio nella sua famiglia, nella sua città. Chiede aiuto ai figli. Ed è a questo punto che vengo a sapere del dramma in cui era precipitato il papà di Alessandro, mio amico da sempre. Chiamo prima il direttore dell'ospedale, poi il direttore generale dell'Azienda sanitaria, è il 17 marzo. Non vengo creduto neanche io. È falso, mi dicono. Il signor Nando sta bene e deve tornare a casa.
Insisto, come so fare io quando mi esplode dentro la rabbia per un'ingiustizia che non accetto. Li convinco ad attendere ancora qualche giorno prima di farlo uscire.

Il 19 marzo è la "Festa del papà", e il papà di Alessandro (e Marco) ha la febbre. Il 21 marzo il signor Nando risulta positivo al covid-19. Seguirà un secondo tampone, altrettanto positivo. Decidono di fargli una tac polmonare, ma dicono ai familiari che se non viene rilevata l'infezione, verrà comunque dimesso. È il protocollo, e non dubito che sia stato così in tutta Italia. Mi riattacco al telefono con i dirigenti della Asl, li imploro di aspettare qualche ora. Li convinco, di nuovo. Il 23 marzo trasferiscono Nando al Santa Maria Goretti di Latina, per curarlo meglio. La malattia è esplosa. Alla sua embolia con fibrosi polmonare si è aggiunta la polmonite virale da coronavirus. Armando respira soltanto grazie al casco ventilato, non può mangiare, non può parlare con nessuno. È l'8 aprile ed è il suo compleanno.

"Papà è morto", mi scrive Alessandro il 15 aprile.
Credetemi, non ho voluto raccontare questa storia per denunciare un episodio di discutibile sanità. Non potrei farlo. Non ho le necessarie competenze sanitarie e mediche per poter giudicare. Ho voluto far conoscere la storia di Nando per due motivi soltanto.
Per denunciare, questo sì, quanto sia stato incredibilmente difficile far valere per un cittadino italiano il semplice diritto a non contagiare e a non essere contagiato da questo virus.
Ma soprattutto perché non deve essere dimenticato il gesto disperato di un uomo che per proteggere la sua famiglia e la sua città, Terracina, ha dovuto lottare per non tornare a casa. Nando ha lottato come un leone per morire da solo. Irriducibile nella trincea che ha dovuto scavare con le proprie mani. E ha vinto.
Nessuno di noi può sapere cosa ancora è destinato ad accaderci nell'inferno di questa epidemia. Ma io una cosa adesso la so. Ogni volta che ne parleremo, almeno noi che viviamo in questa città, non dovremo mai dimenticare la vittoria di Nando.

Di Nicola Procaccini: europarlamentare e già Sindaco di Terracina