«Il valore aggiunto è stato il lavoro di squadra». Così la dottoressa Teresa Petricca: pneumologa, dall'inizio della pandemia sta lavorando presso l'unità di Medicina interna Covid-19. È anche responsabile scientifico dell'associazione dei Medici per l'ambiente. Fa riferimento al lavoro di squadra la dottoressa Petricca. La squadra è quella composta da lei
(pneumologa), da un'infettivologa, da un ematologo e da altri professionisti di Medicina generale.

Spiega: «Abbiamo capito immediatamente che il vantaggio sarebbe stato quello di un approccio
multidisciplinare a questo tipo di
malattia».

Allora dottoressa Petricca, perché è stato necessario l'approccio multidisciplinare?
«Perché il Covid-19 va trattato sul piano clinico, terapeutico e di "imagining". Mi riferisco in particolare all'ecografia toracica. All'inizio le linee guida, quasi esclusivamente provenienti dalla Cina, non erano chiarissime. Nel senso che definivano la classificazione
di un paziente Covid solo dalla presenza di acidi nucleici nei test molecolari. Insomma, il tampone.
Il fatto è che, soprattutto il primo tampone, ha una sensibilità media del 60%. Si è verificato che alcuni risultavano negativi al primo e poi magari positivi al secondo. In quel lasso di tempo potevano essere delle potenziali fonti di contagio. Ed è accaduto».

Poi cosa è successo?
«Parliamo dell'inizio, quando ci siamo resi conto che la polmonite interstiziale era presente in una percentuale tra il 90% e il 100% dei pazienti Covid. Che accusavano
anche importanti sintomi respiratori. A quel punto la Asl di Frosinone ha deciso di parametrare le linee guida sull'osservazione clinica. E in quel momento le Tac ad alta risoluzione e le radiografie toraciche sono diventate fondamentali. Perché ho detto del lavoro di
squadra? Perché nel nostro team c'è una persona (la sottoscritta) che ha utilizzato l'ecografo. E ci sono colleghi bravissimi su altri fronti. L'ecografia toracica è stata fondamentale per una diagnosi
precoce».

Il Coronavirus però attacca molti organi.
«Infatti. Nasce come una malattia virale, ma poi assume caratteristiche sistemiche. Ci sono sintomi a livello neurologico: penso all'olfatto, ma pure alla circostanza che a volte il virus arriva fino al
tronco dell'encefalo. Ci sono problemi cardiologici. Penso alle miocarditi o ad episodi ischemici.
Noi abbiamo scelto di non aspettare il "gradino", ma di prevenire».

La svolta è arrivata quando si è capito che il virus provocava vasculiti e tromboemboli e che
quindi andavano somministrati farmaci come l'eparina?
«Sono una pneumologa e so leggere le Tac ad alta risoluzione. Si capiva facilmente da un segno:
lo "slargamento vascolare". L'eparina a basso peso molecolare è stata usata sin dall'inizio alla Asl di
Frosinone. Fa parte dei protocolli. Ben prima che venisse detto che poteva essere usata anche con un
dosaggio medio-alto.Tutte le infezioni virali comportano la necessità di intervenire sul versante della
coagulazione. Si tratta di un farmaco anticoagulante noto da sempre. E si sa dal 1964 che può essere utilizzato anche in funzione antivirale. Il virus si lega, inattivandola, all'eparina endogena. Dalle prime autopsie fatte al Nord è emerso che diversi pazienti erano morti non tanto per insufficienza polmonare grave, ma per eventi tromboembolici, scatenati
dai danni che il virus produce sull'endotelio basale e alveolare del polmone. La somministrazione
dell'eparina, sia in fase preventiva che poi a livello terapeutico (quindi a dosi medio-alte) non solo previene i trombi, ma limita anche la carica virale».

Quali altre terapie avete utilizzato?
«Intanto abbiamo utilizzato apparecchi di ventilazione non invasiva. In primis l'erogatore ad alti flussi, considerato oggi come il Gold standard per ridurre l'intubazione in pazienti selezionati. Poi abbiamo utilizzato il ventilatore per una ventilazione non invasiva. Questi apparecchi sono stati dati in comodato d'uso dall'associazione medici dell'ambiente. Ottimi risultati altresì dall'utilizzo del Tocilizumab: un farmaco usato per il trattamento dell'artrite reumatoide, una delle
malattie autoimmuni. Ha funzionato altresì l'uso di un farmaco inibitorio delle Jack 2, molecola Ruxolitinib. Il nome commerciale è Jakavi. Un farmaco concesso dall'Aifa a scopo compassionevole. Risultato eccellente».

Oggi la situazione va meglio. Quali sono i grandi numeri del reparto Covid?
«Da 21 marzo al 6 maggio i pazienti ricoverati sono stati 112. La stragrande maggioranza sono stati dimessi, sia con tampone negativo che in alcuni casi con tampone positivo. È la differenza tecnica
tra guariti e dimessi. Attualmente i ricoverati sono 17 (ndr: i posti disponibili sono 40)».

Lei è direttore scientifico dell'associazione Medici per l'ambiente. Ma esiste un rapporto tra la diffusione del virus e la concentrazione di polveri
sottili?
«Questo è e sarà oggetto di studio approfondito. Quello che posso dire è che qualunque stadio di ossidazione a livello polmonare favorisce il virus e la sua diffusione. Ora, non sfugge a nessuno che le polveri sottili sono tra i più potenti ossidanti polmonari e purtroppo provocano danni sull'endotelio vascolare. Sicuramente è un fattore di predisposizione».

Cosa ha funzionato davvero per il miglioramento della situazione?
«Sicuramente le cure, ma soprattutto il distanziamento sociale. Se il virus si è indebolito? Questo è quello che qualcuno suppone. Però non ci sono studi che accertano che il virus sia mutato, quindi è difficile che si sia indebolito».

Lei crede nella terapia del plasma dei guariti?
«Conosco personalmente il professor De Donno: è persona seria e professionista capace. Conosco altresì le proprietà immunizzanti del siero. Certamente parliamo di un prodotto emoderivato, che quindi può comportare degli effetti collaterali. Però è anche vera una cosa: in questa fase si deve dare fiducia ai risultati empirici, quelli ottenuti sul campo. Perché stanno facendo la differenza. Nel nostro piccolo lo abbiamo dimostrato anche noi, con l'osservazione delle Tac e con l'utilizzo, sin dall'inizio, dell'eparina. Sono stati tre
gli elementi che hanno fatto la differenza nell'approccio della Asl di Frosinone: la possibilità di esaminare le Tac come classificazione della malattia, il fatto di aver potuto utilizzare l'eparina dall'inizio. E anche, se permette, la conoscenza del fatto che l'eparina ha pure un effetto antivirale. Questo lo si sa dal 1964».

L'impatto iniziale è stato durissimo.
«Nessuno poteva immaginare quella quantità di ricoveri. E poi in diversi sono arrivati in ospedale
con un quadro clinico già compromesso. All'inizio non si sapevano tante cose ed è successo che alcune persone siano rimaste a casa per giorni con una febbre molto alta e con altri sintomi. Il che ha contribuito a peggiorare il quadro infiammatorio del paziente. Ma poi
abbiamo preso le misure al virus. E si è visto».