L'ultima frontiera delle cure sperimentali contro il Covid-19 è il "plasma dei guariti". Il plasma è la parte più "liquida" del nostro sangue: composto da acqua, proteine, nutrienti, ormoni, quindi senza elementi corpuscolati (ossia globuli rossi, globuli bianchi e piastrine). Per questo è di colore chiaro e non più rosso. Soprattutto però contiene una quota di anticorpi che si sono formati dopo la battaglia vinta contro il virus, i cosiddetti anticorpi neutralizzanti, che si legano all'agente patogeno e lo marcano. Si tratta di una cura sperimentale.

Ma in diversi ospedali del Nord la stanno praticando. A cominciare dal San Matteo di Pavia e dal Carlo Poma di Mantova. Giuseppe De Donno, direttore della Pneumologia e dell'Unità di Terapia intensiva respiratoria all'ospedale Carlo Poma di Mantova, ha detto in un'intervista al Corriere della Sera: «La cura funziona. In tutto questo mese non abbiamo avuto decessi fra le persone trattate. Solo pazienti che sono migliorati fino a guarire oppure che si sono stabilizzati. Nessuno si è aggravato». Aggiungendo però: «Non possiamo alimentare false speranze. Mi spiego: se la malattia ha lavorato a lungo fino a compromettere la funzionalità degli organi non c'è plasma che tenga».

La Asl di Frosinone si sta organizzando. Con delibera numero 323 del 23 aprile scorso, infatti, l'Azienda Sanitaria ha definito l'acquisto di appositi kit che servono ad accertare la quantità degli anticorpi sviluppati contro il Coronavirus nel plasma dei pazienti guariti. Per poi eventualmente utilizzare questo materiale sul fronte delle cure sperimentali e alternative. È l'azienda torinese Pantec srl a fornire questi kit, 60 per l'esattezza: 30 per determinare gli anticorpi IgG e 30 per quelli IgM. Il prezzo di ogni singolo kit (che può essere utilizzato per 100 test) è di 1.100 euro. La spesa totale è di 80.520 euro (66.000 + 14.520 di iva).
Di tutto questo abbiamo parlato con la dottoressa Carla Gargiulo, direttore dell'Unità operativa complessa Servizio Immunoematologia e medicina trasfusionale della Asl di Frosinone.

Oltre che direttore ad interim di un'altra Unità operativa complessa, quella di Patologia Clinica (in sostanza il Laboratorio Analisi). Premette la dottoressa Gargiulo: «Per questo tipo di terapia sperimentale è propedeutico selezionare i donatori del plasma iperimmune. Per la ricerca del "titolo" delle IgM e delle IgG. Diciamo così: le immunoglobuline IgM sono quelle che si sviluppano alla prima infezione e agiscono subito nel riconoscere gli antigeni virali. Ma sono di breve durata. Arrivano poi le IgG, che invece permangono a lungo. Il meccanismo di difesa è lo stesso del vaccino? Beh, sì. I vaccini fanno credere al sistema immunitario di essere sotto attacco, provocando la stessa reazione».

Poi aggiunge: «In provincia di Frosinone siamo pronti a iniziare il percorso per questo trattamento. Stiamo aspettando gli ultimi via libera procedurali, ma contiamo di poter iniziare a lavorare in questo senso già dalla prossima settimana». Ma come funziona la raccolta del plasma dei guariti? Argomenta la dottoressa Gargiulo: «Intanto occorre un elenco dei pazienti guariti, dal quale poi procedere per i donatori. C'è una macchina che raccoglie il plasma, che poi viene inattivato. Il processo è noto come aferesi: si effettua mediante uno strumento chiamato separatore cellulare. Poi il plasma viene diviso in due unità e congelato. Naturalmente c'è la fase della classificazione, a cominciare dal gruppo sanguigno. E si effettuano tutte le analisi: dall'Hiv al resto. Abbiamo già la macchina pronta per l'installazione, la "Iflash1800"».

E sul versante dei donatori, com'è la situazione? Rileva la dottoressa Carla Gargiulo: «Abbiamo già una piccola lista di donatori, che ci ha fornito il reparto di Malattie infettive. Persone disponibili alla donazione. Mancano gli ultimi permessi. Teniamo presente che si tratta di terapie sperimentali. Se serve l'autorizzazione della Regione? No, del Comitato etico».
Ma il plasma dei guariti può servire a far guarire i malati Covid-19? Dice la dottoressa Gargiulo: «La terapia è già utilizzata a Pavia e a Mantova. In passato ha dato buoni risultati contro la Sars e contro Ebola. Cioè ha funzionato. In questo caso non posso dire che funzionerà al 100% perché non vanno alimentate false speranze e occorre cautela. Certamente però alcuni dati sono molto promettenti. Diciamo pure che bisogna valutare diversi e importanti fattori. Intanto il plasma iperimmune va somministrato nella fase precoce della malattia. Se il Coronavirus ha compromesso la funzionalità di organi vitali c'è poco da fare. In quel caso la mortalità resta alta perché il nemico è rappresentato dai danni prodotti dal virus più che dal virus. Poi dipende dal numero e dal "titolo" degli anticorpi sviluppati. Un ruolo importante lo gioca anche la carica virale del paziente, vale a dire la quantità di virus che un organismo ha contratto. Oltre naturalmente all'età e alle patologie pregresse. In sostanza i fattori di rischio sono gli stessi legati al Covid-19».

Ma è vero, come dicono a Mantova e a Pavia, che una risposta positiva può arrivare in uno o due giorni? Spiega la Gargiulo: «Funziona così: il plasma viene immesso nell'organismo con una trasfusione. Gli anticorpi devono avere il tempo di reagire: in 24-48 ore possono iniziare a colpire il virus. Quello che è importante sottolineare è che si tratta di una terapia biologica. Come se fosse un vaccino? Ripeto: il meccanismo è lo stesso. Naturalmente il vaccino avrebbe un altro impatto. Il vaccino non dovrebbe fare i conti con due problemi: la disponibilità appunto, e il fatto che il plasma, e le proteine che contiene, deve essere compatibile con l'individuo a cui si fa l'infusione».

Quanti donatori potrebbero esserci in provincia di Frosinone? Dichiara la dottoressa: «Per noi sarebbe un successo arrivare a 30 donatori. Perché questo significherebbe avere 60 unità di plasma disponibili. Mi spiego: se riuscissimo a coinvolgere anche Latina, ma in generale tutte le altre province del Lazio, potremmo avere una sorta di "banca del plasma". Fondamentale per la compatibilità dei gruppi sanguigni. Se a noi dovesse servire il plasma di un determinato gruppo sanguigno che non abbiamo, ma che ha Latina (e viceversa), sarebbe tutto più semplice e più veloce».
Chiediamo alla dottoressa Gargiulo: cosa si aspetta dalla terapia del plasma dei guariti? Risponde: «Sono fiduciosa e cauta al tempo stesso. In passato ha funzionato e al Nord sta dando risultati. La cautela è legata alla delicatezza e alla serietà del tema. Qualunque epidemia andrà a scemare e il Covid-19 non farà eccezione. Ma qualche malato ci sarà sempre».

E i test sierologici? 
«Fondamentali e propedeutici anche alla terapia del plasma iperimmune. Servono a capire se una persona è protetta al secondo incontro con il virus. Quello che oggi non sappiamo è per quanto tempo si sviluppa l'immunità. Faccio un esempio: il vaccino per il morbillo basta somministrarlo una sola volta nella vita, quello per l'influenza ogni anno perché il virus muta. Per dire che bisognerà capire se l'immunità sviluppata dopo aver passato il Covid è transitoria oppure no. Se è parziale o completa». Chiediamo alla dottoressa Gargiulo: ma in ogni caso una copertura, anche temporanea, per chi ha superato il Covid esiste? Risponde: «Certamente, ma bisogna vedere quanto dura». Quali costi ha la terapia del plasma dei guariti? Nota la Gargiulo: «Il costo del kit innanzitutto. E dell'inattivazione. Se lo paga il paziente? No, lo paga il Servizio sanitario nazionale». Conclude la dottoressa: «Cosa mi lascerà questa pandemia? Tantissimo. Dal punto di vista personale ho sviluppato "difese" enormi. Naturalmente mi manca non poter abbracciare i miei cari. Sul piano professionale un arricchimento senza precedenti».