Ha visto con i suoi occhi cosa vuol dire essere positivi al Coronavirus. Ha continuato a lavorare durante una delle emergenze che rimarranno nella storia, senza mai tirarsi indietro, nell'ospedale "Fabrizio Spaziani" di Frosinone, dove da anni è ausiliaria per conto di una ditta esterna. Ha visto il dolore di persone che avevano contratto il virus, ha visto nello sguardo dei positivi la paura. E quella stessa paura, il 7 aprile scorso, l'ha vissuta in prima persona fino al 2 maggio, giorno in cui con l'esito del secondo tampone ha potuto dire: «Ce l'ho fatta. Sono guarita».

Ma quei momenti vissuti da sola, lontana dalla famiglia, da suo figlio, dagli amici, dai colleghi, senza sapere cosa sarebbe successo, come avrebbe reagito il suo corpo, l'hanno inevitabilmente segnata. Ha vissuto «con la paura di morire, di non poter riabbracciare più mio figlio». Ilenia Crescenzi, 27 anni, di Frosinone, è una dei positivi al Coronavirus. La giovane mamma ci ha raccontato l'incubo vissuto e dove ha trovato la forza per reagire, in momenti in cui inevitabilmente si è soli per evitare il contagio, lontano dagli affetti.
Quando hai scoperto di essere positiva?
«Lavoro come ausiliaria all'ospedale "Spaziani" di Frosinone e come per gli altri operatori sono stata sottoposta anche io a tampone. Il 7 aprile ho fatto il tampone e il giorno successivo è arrivato l'esito: ero positiva».

Avevi avuto sintomi?
«Ricordo che il 29 marzo mi sono svegliata con un leggero mal di gola e un fastidio in particolare sulla parte destra della gengiva. Ho pensato si trattasse del solito dolore provocato dal dente del giudizio. Non ho dato più di tanto peso alla cosa. Ho preso il Bentelan per tre giorni e il dolore è passato. Il 5 aprile, mentre mangiavo, non ho sentito molto gusto nel cibo. Poi il 7 aprile ho fatto il tampone ed è emersa la mia positività».

Qual è stato il primo pensiero?
«Ero nel panico piu totale. Lavorando in ospedale sapevo cosa significava essere positivi, ho visto persone intubate. In quei momenti sembra cadere nel vuoto. Ti senti perso. Io mi sono sentita così».
Come ti sei sentita nei giorni successivi?
«Per una settimana ho perso gusto e olfatto. E avevo tachicardia, anche durante la notte, mi mancava il respiro, pensavo di non farcela. Una sensazione bruttissima».

Come hai trascorso le giornate lontano da tutti?
«Saputo della mia positività ho allertato la mia famiglia. Anche se ero stata sempre attenta, con tutte le misure di sicurezza, la paura di aver contagiato qualcuno era tanta. Con mio figlio, lavorando comunque in ospedale, mi ero già "separata" dall'11 marzo. Ho vissuto con la paura di morire ogni giorno. Di non poter rivedere più mio figlio. Per fortuna, seppur distanti, ho avuto tante dimostrazioni d'affetto. Familiari, amici, colleghi, dottori, infermieri, mi hanno chiamato ogni giorno. Mi hanno rassicurato, mi hanno dato forza. Ho fatto con loro molte videochiamate, anche con mio figlio. Ma la mancanza di mio figlio è stata comunque tanta. Avvertivo anche la sua paura, pur se cercavo di farlo stare tranquillo il più possibile».

Il 2 maggio la risposta dell'esito del secondo tampone...
«Ricordo quel giorno con grande emozione. Ho ripetuto il secondo tampone il 1° maggio e il giorno successivo è arrivato l'esito. Ero negativa. Ero guarita. Ho pianto tanto, questa volta di gioia. Ho condiviso con tutti la mia felicità, scrivendo della mia guarigione anche sui social e sul gruppo "Uniti contro il Coronavirus"».

Un messaggio che ti senti di lanciare?
«Intanto ci tengo a ringraziare tutti i dottori, il personale infermieristico, i colleghi che mi hanno sollecitato quotidianamente a non farmi abbattere, per non far indebolire il sistema immunitario e per non far prendere il sopravvento al virus. Virus che è arrivato nella mia vita come un uragano devastando tutto, riuscendo a dividermi da mio figlio, dal mio lavoro, dalle persone che amo e che mi ha distrutto psicologicamente. Ma alla fine ce l'ho fatta. Sono guarita. E questo lo devo anche alla professionalità di medici che ogni giorno lavorano per combattere il virus. Mi sento di dire alle persone che in queste settimane si stanno rendendo conto dell'importanza dei nostri "angeli", quando fino a prima che esplodesse la pandemia si lamentavano degli ospedali pieni e dei pronto soccorso al collasso, che bisogna imparare a rispettare le persone e a onorare sempre il capo della nave che porta in salvo la gente dopo aver affrontato la tempesta».

Ti ha cambiato il Covid-19?
«Un po' lascia il segno. Inevitabilmente. Un po' di paura resta. Durante questo periodo ho riscoperto ancora di più la fede. Mi ha aiutato tanto, mi ci sono aggrappata con tutte le mie forze. E adesso ho un desiderio. Ora che sono negativizzata vorrei donare il mio plasma se può essere di aiuto ad altre persone che ne hanno bisogno. Ma il sogno più grande, è quello di poter riabbracciare quanto prima il mio piccolo grande uomo, mio figlio».