Federica Martini, infermiera, ha ventiquattro anni ed è nata a Frosinone da madre brasiliana e padre ciociaro. Dopo la laurea conseguita nel 2018 ha iniziato subito a lavorare in una casa di cura in Veneto, per poi trasferirsi in Emilia, prima all'Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia e, da dicembre scorso, al Nuovo Ospedale Civile di Sassuolo. Il 23 marzo scopre di aver contratto il Covid-19 e da quel momento per lei scatta la quarantena. Ecco la sua storia.

Innanzitutto come stai...
«Adesso sto abbastanza bene. A parte qualche malessere intestinale e non riuscire a percepire con chiarezza odori e sapori, non mi lamento. Ho passato  giorni peggiori. Sono esattamente al trentasettesimo giorno di quarantena, ho già fatto il primo tampone di controllo che però è risultato positivo, quindi devo rimanere a casa ancora per un po'. Dovrei farne un altro in settimana e poi si vedrà. Speriamo bene»

Come ti stai curando?
«In realtà non ho fatto una cura particolare in quanto, fortunatamente, non ho avuto gravi problemi respiratori e quindi mi è stata data una terapia classica da sintomi influenzali». 

Quali sono stati i primi sintomi ad averti allertata?
«Mi sentivo molto stanca. Durante il mio ultimo turno, ho misurato la temperatura e avevo la febbre; da lì e nei giorni successivi è stato un crescendo di sintomi tipici del Coronavirus e hanno deciso quindi di farmi il tampone».

Pensi che il contagio sia avvenuto in ospedale?
«Non saprei dirlo, questo virus ci ha presi tutti alla sprovvista e quindi potrebbe essere capitato ovunque, anche se lavorando in ospedale e a contatto con malati Covid siamo ovviamente più a rischio».

Qual è stato il tuo primo pensiero quando hai saputo di essere stata contagiata?
«Come dirlo alla mia famiglia perché ricevere questa notizia mi ha destabilizzato. Con il mio lavoro sono abituata a trovarmi dall'altra parte della barricata, quindi sentirmi dire "signorina, lei è positiva e deve iniziare la quarantena" non è stato piacevole». 

Come lo hai poi comunicato ai tuoi familiari?
«L'ho fatto con videochiamata, ho pensato che vedendo che stavo abbastanza bene non si sarebbero preoccupati troppo». 

Qual è stato il momento più difficile di questa quarantena?
«Sicuramente all'inizio perché non ero pronta, non mi aspettavo di ritrovarmi a dovere restare chiusa in stanza da sola e senza poter condividere nulla neanche con chi vive nella mia stessa casa. A oggi mi ritengo molto fortunata rispetto ad altri e anche se sono ancora positiva, cerco di affrontare la giornata con uno spirito diverso, per quanto sia possibile».

Come affrontavi invece le tue giornate lavorative?
«All'inizio ero abbastanza tranquilla. Poi, quando la situazione ha iniziato a degenerare, ho cominciato ad avere l'ansia di poter essere contagiata, ma cercavo di allontanare questo pensiero e di dedicarmi a gestire quella dei pazienti stessi». 

Ci sono stati momenti difficili e tristi quando eri in reparto con i malati covid?
«Sì, in realtà mi ha colpito molto la reazione diversa dei vari pazienti nell'affrontare questa situazione. C'era chi si disperava e chi invece sembrava tranquillo. C'era chi ti chiedeva di poter abbracciare i propri parenti ma non era possibile o chi ti chiedeva aiuto per una semplice telefonata. Ognuno ha vissuto a modo proprio questo brutto periodo, chi più chi meno speranzoso, ma ha segnato tutti. Essere in fase terminale e ritrovarsi a non poter vedere per l'ultima volta i propri cari per colpa di un virus non lo auguro a nessuno». 

Pensi che questa esperienza abbia cambiato qualcosa in te e nell'approccio al tuo lavoro?
«Quest'esperienza mi ha fatto capire che nella vita non bisogna mai rimandare a domani tutto quello che puoi fare oggi. È tutto imprevedibile, ti addormenti e il giorno dopo ti svegli e ti ritrovi a dovere stare rinchiusa in casa. La paura c'è, credo sia disumano non averla in questi casi, ma la voglia di tornare in campo e di affrontare con ancora più determinazione il mio lavoro è più forte della paura di essere contagiata di nuovo».

Com'è attualmente la situazione nell'ospedale di Sassuolo? 
«È molto migliorata, nel mio reparto, quello di medicina, ad oggi, non ci sono pazienti Covid positivi, sono tutti negativizzati oppure con altre patologie. Quando invece la situazione si era aggravata con l'aumentare dei contagi, non esistevano più i reparti di medicina, chirurgia o urologia: era diventato completamente un ospedale Covid. Alcuni reparti erano stati chiusi e nel mio, all'inizio, ci eravamo organizzati mettendo i pazienti positivi uno per stanza, ognuno con i propri dispositivi personali per rilevare i vari parametri. Poi, ad un certo punto, per mancanza di posti letto abbiamo dovuto mettere due pazienti positivi insieme nella stessa stanza. È stata una situazione molto surreale».

Hai sicuramente seguito anche l'evolversi della situazione in Ciociaria. Pensi che sia stata gestita bene?
«Sì, mi tengo abbastanza informata. È difficile secondo me dire se sia stata gestita bene o meno, questo virus ha preso tutti alla sprovvista. So che anche in Ciociaria, all'inizio, c'è stato caos, dopodiché i pazienti positivi sono stati smistati man mano nei vari reparti. Ho visto donare mascherine, saturimetri, apparecchiature varie. Penso che questo gesto sia stato più che apprezzato. Allo stesso tempo credo che bisogna avere un po' di pazienza per uscirne più forti di prima».