La firma, nei giorni scorsi, del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, sul decreto che ha dato il via alla fase 2, ha gelato partite iva e piccoli imprenditori. Tutto quel mondo, insomma, che riempie la nostra quotidianità, baristi, ristoratori, estetiste, parrucchieri che sperava in un'immediata ripartenza. Ma dovranno aspettare. E così molti rischiano di non riaprire.

Le misure per il contenimento dell'emergenza Covid-19 nella cosiddetta "fase due", che partirà dal 4 maggio e per le successive due settimane li vede, di fatto, ancora al palo. "Se ami l'Italia, mantieni la distanza", questo il concetto alla base del nuovo decreto. Una ripartenza dunque con il freno tirato, perché il virus è ancora lì e il rischio di una nuova impennata della curva dei contagi è dietro l'angolo. «Adesso inizia per tutti la fase di convivenza con il virus e dobbiamo essere consapevoli che in questa nuova fase, la fase due, la curva del contagio potrà risalire in alcune aree del Paese.

Dobbiamo dircelo chiaramente, questo rischio c'è», ha sottolineato Conte nella conferenza stampa.
Per quanto riguarda le attività di ristorazione, oltre alla consegna a domicilio, sarà consentito il ritiro del pasto da consumare a casa o in ufficio a partire dal 4 maggio, ma per la riapertura dei locali non se ne parla almeno fino al primo giugno, come per i parrucchieri e le estetiste. La Federazione italiana pubblici esercizi ha già lanciato l'allarme: 350.000 persone perderanno il posto e moriranno oltre 50.000 imprese. A questo si aggiunge un quadro in cui, in molti casi, i dipendenti impossibilitati a lavorare stanno ancora aspettando la cassa integrazione. Un altro mese di blocco significherà per bar, ristoranti, pizzerie, catering, intrattenimento (per quest'ultimo non esiste neanche una data ipotizzata) staccare di fatto il respiratore a chi già è allo stremo.

Il grido disperato di queste categorie attraversa tutta la Penisola. L'accusa comune è quella di una Governo incapace di raccogliere e interpretare quel grido condannandoli al lavoro nero o alla chiusura delle attività che rappresentano la loro unica fonte di sostentamento e in cui hanno investito i sacrifici di una vita. La situazione rischia di diventare esplosiva, soprattutto in un territorio, come il nostro, segnato da un'economia ferma da anni e con poche prospettiva di crescita. Il gesto eclatante di qualche giorno fa, di Giampiero Pigliacelli titolare dell'Osteria Panzini di Frosinone, che ha minacciato di dare fuoco al suo locale, deve essere il termometro che la misura, per molti, è colma. Uno spiraglio potrebbe aprirsi in settimana dopo la videoconferenza di ieri del ministro Francesco Boccia con i governatori delle Regioni. Si starebbero valutando, a partire dal 18 maggio, in base al monitoraggio delle prossime settimane, scelte differenziate tra le regioni sulle riaperture di attività, secondo il principio "contagi giù uguale più aperture e viceversa".

Confimprese Frosinone
Il quadro è drammatico per i ristoratori e, a salvarli dopo due mesi di chiusura, non è certo la possibilità della vendita d'asporto. A intervenire è il dirigente di Comfimprese Italia, sezione di Frosinone, Aldo Quattrociocchi. «Visto quello che sta accadendo chiediamo alle istituzioni la sospensione dei pagamenti delle tasse fino al prossimo settembre o anche ottobre. Anche perché - prosegue - per riprendere l'attività e mettersi in regola con le nuove disposizioni ci saranno delle spese e anche minori incassi visto che si dovranno garantire le disposizioni sulla distanza». Tocca altri temi Quattrociocchi. «In merito ai finanziamenti le banche mettono in atto molte procedure burocratiche e avere i finanziamenti è un'impresa. Per questo siamo pronti a scendere in piazza l'11 maggio per manifestare il nostro disappunto. Chiediamo che si tenga conto del fatto che ci sono territori e province che hanno dei dati sul contagio molto diversi. Le aperture devono essere fatte anche diversificate. Non si può chiudere tutta l'Italia allo stesso modo. Nel nostro territorio abbiamo pochi contagiati, è ora di prenderne atto e farci ritornare a lavorare. Le spese corrono, non possiamo continuare a stare fermi. Ci sono molti segnali negativi. In tanti rischiano di non poter più riaprire».

Nel Sorano
Bar, negozi d'abbigliamento, ristoranti, parrucchieri. Ma non solo. Sono stati diversi gli esercenti commerciali che martedì sera alle 21 hanno accesso le luci delle proprie attività partecipando alla protesta nazionale per farsi "sentire" e dimostrando con i fatti la loro voglia di ripartire, accogliendo in sicurezza la clientela. È bastato un tamtam sui social per far aderire decine di attività che non hanno più voglia di aspettare perché il tempo di stare a casa è stato tanto. Luci accese a testimoniare la speranza, la voglia e la rabbia di chi, da due mesi, è stato costretto a chiudere e nel domani non trova certezze. Dal cuore di Sora piazza Santa Restituta e piazza Mayer Ross, arrivando fino a viale San Domenico, passando per il Lungoliri: tante le famiglie che non ce la fanno più ad aspettare altro tempo e che l'altra sera hanno voluto, accendendo insegne e vetrine, testimoniare alla città: "noi ci siamo". Un segnale forte che si augurino arrivi nelle stanze dei bottoni, dove si scrive il loro futuro.
Intanto ieri a Isola del Liri un gruppo di negozianti ha riconsegnato al sindaco Massimiliano Quadrini le chiavi delle proprie attività e il primo cittadino si è detto pronto a riconsegnare quella della città al prefetto».

Dal Cassinate
Maria Incollingo, titolare della trattoria "Vecchia Cassino" non rialzerà la saracinesca a giugno. «Ad oggi lo Stato non mi ha mandato nulla - dice - e io pago 700 euro al mese solo di fitto del locale. Non avrebbe senso riaprire se tutti continuano a lavorare in smart working e gli uffici sono dunque quasi deserti. Noi in estate lavoravamo principalmente con il turismo, ma è difficile immaginare che Cassino possa avere un'importante stagione turistica dovendo mantenere le norme sul distanziamento e quant'altro».
Anche le estetiste di Cassino abbracciano la protesta nazionale e scrivono al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Gimena, come le sue colleghe, hanno deciso di sottoscrivere la lettera in cui invitano Conte a toccare con mano il loro lavoro e la loro serietà. «Sono una estetista, un'artigiana che crea lavoro, produce benessere e rispetta le regole, sono una professionista che con disciplina e rigore, mette la sicurezza sopra ogni cosa - scrivono - Entrambi vogliamo offrire sicurezza e garantire a chi si affida a noi, le migliori condizioni possibili.

Nel mio centro, l'igiene e la sicurezza sono ai massimi livelli. Il suo decreto implica il mettere in grave pericolo oltre 263.000 addetti e 130.000 imprese (nello specifico 35.000 centri di estetica e 95.000 acconciatori), induce il lavoro nero e l'abusivismo a cui le persone ricorreranno con implicazioni gravissime e rischiose per la salute pubblica. Io voglio evitare di diventare un'abusiva. Sono un'estetista professionista, attenta e scrupolosa, che vuole lavorare per garantire il mio contributo al Paese, per cui le chiedo: venga nel mio centro>.