Sono state settimane difficili. Quel mostro invisibile aveva attaccato non solo loro ma anche due dei tre figli.
E il pensiero è andato subito ai bambini. La loro salute per papà Paolo Zangrilli e mamma Federica Di Fabio era più importante di ogni cosa. Mai si sarebbero voluti separare. E Federica, insegnante del plesso Cavoni, del comprensivo Frosinone 4, tra la scelta di essere curata e quella di lasciare i bambini, anche loro positivi al Covid-19 ma asintomatici, aveva scelto di tornare a casa. Ma dei "supereroi" sono corsi in suo aiuto e le hanno permesso di essere ricoverata insieme ai figli.
Lei e i bambini di otto e sei anni sono stati ricoverati al "Bambino Gesù", il marito allo "Spallanzani". Il 13 aprile sono stati dimessi. Ci siamo fatti raccontare da Federica i momenti vissuti.

Come avete contratto il virus e quali sono stati i primi sintomi?
«Un nostro familiare è risultato positivo al Covid-19. E così come da protocollo, il 13 marzo, sono stati fatti i tamponi anche a noi che eravamo stati a stretto contatto con lui. Io insieme a mio marito e a due dei nostri tre figli, i più grandi di otto e sei anni, siamo risultati positivi. Il più piccolo, fortunatamente, no. I nostri figli sono sempre stati asintomatici, mio marito inizialmente ha avuto la febbre, non troppo alta. Io avevo soltanto perso il gusto e l'olfatto. Siamo stati sempre controllati anche grazie all'assistenza della dottoressa Anna Maria Pugliese dell'Asl di Frosinone».

Poi cosa è accaduto?
«Dopo circa dieci giorni la situazione è degenerata.
Mio marito ha avuto la febbre alta. Io avevo un saturimetro a casa che si è rivelato uno strumento fondamentale. Infatti la saturazione era sotto ai 90.
Il 23 marzo è stato ricoverato allo "Spaziani" di Frosinone ma vista la situazione è stato trasferito allo "Spallanzani"».

Dopo il ricovero di suo marito cosa è successo? «Non è stato semplice stare a casa senza di lui.
Fortunatamente ho avuto sempre ilsostegno di tutti, dei familiari, degli amici, pur stando lontani ci hanno fatto sentire la loro presenza e soprattutto non ci hanno fatto sentire soli. I vicini mi lasciavano anche la spesa fuori dal portone. Avevo l'aiuto della Protezione civile e della Croce rossa, del consigliere comunale Fabiana Scasseddu. In quei giorni facevo tante videochiamate con la mia famiglia, con gli amici. E proprio loro, pur se attraverso lo schermo di un telefono, si sono resi conto che non stavo bene. E così mi sono ritrovata in ospedale a fare una tac. Avevo lasciato i bambini a casa con mio fratello, che li teneva sott'occhio da una finestra. Il dottor Fabrizio Cristofari ha capito che la situazione era seria. Dalla tac è stata riscontrata una polmonite interstiziale alveolare. Il dottore mi ha detto che era necessario il ricovero, che avrei dovuto iniziare subito la cura, ma io ho pensato ai miei bambini che avevano bisogno della loro mamma. Ho firmato e sono tornata a casa. Ma il dottor Cristofari non si è arreso e insieme alla dottoressa Pugliese si è attivato per fare in modo che potessi stare insieme ai miei figli. E così il direttore dell'Asl Stefano Lororusso sotto richiesta di Cristofari e Pugliese mi ha mandato al "Bambino Gesù"».

Un bel gesto…
«Sì, mi è stata data la possibilità di essere ricoverata all'ospedale pediatrico "Bambino Gesù", dove, normalmente, possono essere assistiti soltanto i minori».

Ha avuto paura? E i suoi figli come hanno vissuto quei momenti?
«La paura era tanta. Una sensazione difficile da spiegare, come se la mente pensasse di vivere la vita come spettatoree nonda protagonista. Come se ci fosse una barriera. I bambini sono stati, per assurdo, felici, perché i medici li hanno fatti sentire principi, sono stati coccolati, accuditi. Io ho cercato il più possibile di far vivere loro la quotidianità. Il virus ti toglie la dignità, ti allontana dalle persone. Impari a sorridere, a rassicurare non con la bocca nascosta dalla mascherina, ma con l'occhio che diventa lo specchio dell'anima».

Successivamente le sue condizioni l'hanno costretta ad essere trasferita…
«Necessitavo di controlli che non potevo fare al "Bambino Gesù" e così ho preso il posto di mio marito allo "Spallanzani". Lui, ormai negativizzato, è stato con i nostri figli nell'ospedale pediatrico e io allo "Spallanzani". Ho avuto anche effetti collaterali durante la terapia. Non è stato affatto semplice».

Il giorno di Pasquetta una sorpresa inaspettata...
«Il 13 aprile a mezzogiorno mi hanno fatto fare una doccia disinfettante particolare e mi hanno detto "preparati, vai a prendere la tua famiglia". Alle 13 è arrivata una navetta davanti allo "Spallanzani".
Navetta messa a disposizione dai due ospedali romani e con cui sono stata accompagnata dai miei figli e da mio marito. Non ci potevamo abbracciare, avevamo le mascherine, ma la felicità trapelava oltre i dispositivi di sicurezza. Un'emozione indescrivibile. Le lacrime scendevano anche dai volti dell'autista e dell'infermiera che mi aveva accompagnato».

Un messaggio che vuole lanciare?
«Vorrei dire a tutti di non sottovalutare i sintomi ma di considerarli, non in modo psicotico naturalmente, e comunicarli al proprio medico di base e soprattutto di non arrendersi mai perché tanti passi sono stati fatti rispetto a quaranta giorni fa, quando una conoscenza ancora troppo acerba di questa infezione ha purtroppo portato a numeri notevoli di morti e di terapie intensive».

Il suo sogno ora?
«Riabbracciare il figlio più piccolo, che non vedo da troppo tempo. Tra l'altro ha compiuto due anni il giorno che siamo stati dimessi. Spero di essere negativa all'ultimo tampone di giovedì e uscire dall'incubo».