Betta e la sua rivoluzione. Non ha tre parole per descriverla ma una sola: ottimismo (ovvero basta paura), condivisione e apertura al territorio. E appena si è insediato ha aperto la prima porta, quella della sua stanza. Ha tolto tutti gli ostacoli che mettevano una barriera tra la cabina di comando e il pubblico. E, infatti, vuole essere ricordato come il rettore dalle “porte aperte”. Ha cambiato il volto all'università e, in realtà, anche il nome perché ha bocciato la dicitura “e del Lazio meridionale”. Ma lo dice ancora a bassa voce per non urtare la suscettibilità del precedessore. Ha tanti santi in paradiso.

E se c’è una persona che più l’aiuta in questo difficile mandato è il direttore generale, Antonio Capparelli, «un nuovo protagonista già divenuto indispensabile». Ha avuto la fortuna di avere anche buoni maestri: il prof Savastano, insostituibile esempio di dedizione al lavoro, il prof Langella, figura di rara umanità e sagacia politica, il prof Polese, che lo ha "attirato" nell'università. «E mio padre Vittorio, accademico di un’altra generazione, esempio vivente di correttezza e di coerenza». Ce l’ha, invece, con quelli che sottomettono al proprio interesse personale quello delle istituzioni mentre in città non digerisce «la rapidità con cui non "i fatti" ma "l’idea di un fatto" si propaga, spesso amplificato e distorto. A volte viene voglia di non essere così aperti e sinceri con tutti».

Ma della splendida Cassino ha imparato ad amare ogni cosa, dai colleghi alla gente. Se deve canticchiare una canzone, non lo fa! Ma il suo cuore batte per "A te" di Jovanotti. Non indossa la sciarpa del Napoli, come faceva Vigo almeno 24 ore prima di ogni partita, ma l’amore per la squadra è altrettanto dirompente. Anche se il divano di casa è più comodo dello stadio. E se il suo libro preferito è "La fattoria degli animali", per gli studenti ha un motto davvero semplice: "Comincia con noi, arriva dove vuoi!". E lui, da sportivo, ha intenzione di correre per primo. E di arrivare lontano.