Pensare e temere che nel campo dietro casa ci siano sostanze altamente nocive è un conto. Sapere che un sindaco, dopo i risultati dell’Arpa Lazio, abbia vietato coltivazioni, pascolo e uso delle acque - anche dei pozzi - è tutt’altra cosa. La notizia della presenza di veri e propri veleni in località Pozzaga, tra Cassino e Sant’Elia, ha scatenato una polemica divenuta virale in pochissimo tempo.

Accanto a un plauso unanime per l’ordinanza del sindaco, i cittadini hanno espresso sulla piazza virtuale più affollata al mondo, quella di Facebook, tutti i dubbi e tutte le paure generate dalla consapevolezza di aver convissuto con sostanze nocive in aree da sempre destinate alla coltivazione e al pascolo.

«Parliamo di un calderone incandescente di ortaggi, rifiuti, arsenico, piombo, mercurio, ferro, alluminio. Un mix di veleni di cui è difficile trovarne il capo, come le stradine sterrate e i fossati di acqua e fango colore rosso ruggine - scrive Edoardo Grossi, del Touring Club e fervente ambientalista - che portano agli orti coltivati a broccoli, cavoli, verza, a ridosso di quei terreni imbottiti di rifiuti».

Il problema è proprio questo: da quanto tempo la gente mangia i prodotti della terra e le carni di animali portati al pascolo in quelle zone o nutriti della biada cresciuta nell’area ora off-limits? Informare la popolazione e invitarla a denunciare e a non abbassare la guardia equivale davvero a fare allarmismo infondato? Ora che «l’elevata concentrazione di alluminio, ferro, manganese e di metalli pesanti» è stata acclarata con l’ufficialità dell’Arpa e con la consequenziale ordinanza di D’Alessandro, bisogna fare un passo in avanti. La rabbia, più che giustificata, dei cassinati deve trasformarsi in una richiesta corale alle competenti autorità: risalire quanto prima alla fonte e procedere nella bonifica.

Ne sono convinti gli ambientalisti - Avella, Grossi e Altieri in prima linea - come del resto tutti i residenti della zona “rossa”. «Il primo passo da fare ora, a nostro avviso, è quello di posizionare dei cartelli e divieti che delimitino l’area a rischio. Poi, risalire alla mano criminale che ha causato tutto questo è indispensabile come pure - hanno continuato gli ambientalisti - provvedere a eliminare i veleni nascosti nel terreno».