Nuova ondata di cassa integrazione nello stabilimento Fca di Piedimonte San Germano.
Scongiurato, almeno per il momento, un possibile stop a causa del coronavirus per i pezzi di componentistica che potrebbero mancare dalla Cina. A far spegnere i motori per fortuna o per sfortuna, dipende dai punti vista è per ora il calo delle immatricolazioni. Per questo motivo ieri la dirigenza aziendale di Fca ha convocato i sindacati e ha annunciato lo stop da lunedì 23 marzo e fino alla fine del mese: sette giorni in totale. Una serrata, dunque, non indifferente. E non sono gli unici giorni di stop: cancelli chiusi anche domani e lunedì 9 marzo.

Con la comunicazione giunta ieri-che ufficializza i giorni di cassa integrazione fino al 31 marzo si può dunque tracciare un primo bilancio del primo trimestre del 2020. Sono 24 i giorni di cassa integrazione, così distribuiti: 12 a gennaio, 4 a febbraio e 8 a marzo. Dall'inizio dell'anno, su un totale di 62 giorni lavorativi, oltre il 30% delle ore è stato dunque disperso in cassa integrazione.

Si lavora, dunque, a meno del 70% delle possibilità: e volendo vedere il bicchiere mezzo pieno si potrebbe anche tirare un sospiro di sollievo visto che nel 2019 le ore di cassa integrazione superavano il 40% e quelle lavorative erano inferiori al 60%. Ma le prospettive non sono affatto rosee: al rientro dalla cassa integrazione ad aprile, infatti, sulle linee potrebbero rimanere solo Giulia e Stelvio, mentre Giulietta uscirà di produzione. Gli effetti concreti sul nuovo modello si inizieranno a toccare concretamente con mano solo nell'ultimo trimestre dell'anno: il Levantino della Maserati sarà infatti sul mercato nel 2021.

Tra coronavirus e fusione
Buone notizie arrivano poi sul fronte coronavirus: l'emergenza aveva fatto temere un lungo stop della produzione prima per i casi in Cina e poi per il focolaio che si è sviluppato al Nord Italia. Tanto che nei giorni scorsi si era temuto il peggio. C'è un fornitore del gruppo Fca, la Mta, azienda che produce componentistica per auto, che ha sede proprio a Codogno dove si è sviluppato il focolaio del coronavirus. L'azienda ha chiesto la riapertura dello stabilimento, chiuso a seguito delle disposizioni del ministero della Salute.  Altrimenti sono a rischio –hanno riferito i vertici Mta – i rifornimenti negli stabilimenti Fca di Cassino, Mirafiori, Melfi e in quello Sevel di Atessa. E anche altre case automobilistiche.

La Skf ne "approfitta"
Ma i vertici di Fca ora rassicurano: «Al momento – ha detto Pietro Gorlier da Pomigliano – non abbiamo interruzioni di produzione negli stabilimenti Fca in Italia, anzi riprendiamo anche la produzione in Serbia che avevamo posticipato di una settimana». Stringenti protocolli per il coronavirus sono stati divulgati nella giornata di ieri in tutte le fabbriche dell'indotto e anche alla Skf con misure di prevenzione. E intanto proprio lo stabilimento Skf di Cassino "ap profitta" dello stop in Cina degli stabilimenti e il sito di Cassino sta quindi beneficiando di maggiori commissioni, questo significa anche più lavoro. La fabbrica di Cassino si conferma un fiore all'occhiello del gruppo. Tornando invece a Fca, Carlos Tavares, futuro ad del gruppo con Psa ieri ha detto: «Siamo desiderosi di entrare in una nuova era con il progetto di fusione con Fca».
«Le nostre equipe impegnate e competenti ancora una volta hanno fatto la differenza-ha commentato Tavares e abbiamo ottenuto risultati record nel 2019, guidati dal nostro approccio agile, orientato al cliente e socialmente responsabile. I costi di ristrutturazione non aumenteranno nel 2021 purché si fonderanno due società che sono in buona salute».