Sono 1.450 i richiedenti asilo che, in provincia di Frosinone, hanno ottenuto la protezione umanitaria. Le nuove norme, più restrittive, imposte dal ministro dell'Interno Matteo Salvini con il decreto sicurezza, hanno cancellato questa forma di protezione. Escludendo, di fatto, questi 1.450 dai percorsi di prima accoglienza. Al posto della protezione umanitaria il decreto sicurezza ha previsto dei permessi speciali della durata di un anno. Permessi che danno diritto a una speciale forma di protezione per ragioni di salute (dietro esibizione di certificato medico quando le cure sono indispensabili e nel Paese d'origine non sono garantite), per calamità naturale nel paese d'origine e per i maltrattamenti subiti.

«A regime -spiega il dirigente dell'ufficio immigrazione della questura Giuseppe Di Franco- la protezione speciale può essere rinnovata di un altro anno, ma non è convertibile in un permesso di lavoro». Dunque, chi ha ottenuto la protezione umanitaria rischia di trovarsi in un limbo. Non ha più diritto a un tetto e non può nemmeno accettare un lavoro regolare. Ciò spinge i detrattori della riforma a sostenere che così si rischia di aumentare l'irregolarità, con gli immigrati, che, non sapendo più cosa fare e dove stare, facili prede delle organizzazioni criminali. La situazione potrebbe avere contraccolpi pesanti, dato l'alto numero di chi aveva ottenuto la protezione per motivi umanitari, anche in provincia di Frosinone. In media, la commissione territoriale di Frosinone, non più attiva dallo scorso 30 aprile, respingeva quasi otto domande su dieci. Il riconoscimento dello status di rifugiato politico era andato a buon fine nel 6,5% dei casi, quindi un altro 5,6% aveva beneficiato della protezione sussidiaria, mentre il 12,7% aveva avuto l'umanitaria.

Peraltro il decreto ha previsto la perdita di diritto della protezione internazionale a seguito della commissione di una serie di reati che vanno dall'omicidio allo spaccio di droga e comprendono anche minaccia e violenza a pubblico ufficiale, lesioni personali gravi e gravissime, pratiche di mutilazione genitali e anche i furti in abitazione e con strappo. Tra il prima e il dopo c'è una data. È quella del 5 ottobre, data di entrata in vigore del decreto. Secondo alcune stime oltre trentamila persone potrebbero, non avendo più diritto alla protezione umanitaria, andare ad ingrossare le fila dell'immigrazione irregolare in Italia.

Tuttavia, c'è un'altra data che può essere un importante spartiacque. Il 19 febbraio, infatti, la Corte di Cassazione ha stabilito che il decreto sicurezza non può essere applicato retroattivamente. I permessi umanitari che erano crollati al minimo storico del 2% dunque potrebbero riprendere vigore. Se non altro per quanti (e sono quasi la totalità) la loro domanda l'hanno presentata prima del 5 ottobre. Si apre allora la porta ai ricorsi di chi si è già visto respingere la domanda sulla base del nuovo decreto. Ecco che, chi ne ha diritto, potrà continuare a beneficiare della protezione umanitaria almeno fin quando il permesso non sarà scaduto. Solo da allora si andrà ad applicare la nuova e più restrittiva normativa.

«Al momento si naviga a vista -spiega Marco Toti codirettore della Caritas diocesana di Frosinone- Tuttavia a breve potrebbe non cambiare nulla tra la sentenza della Corte di Cassazione e il nuovo bando della prefettura per duemila posti in un anno rinnovabile per un altro, su input del ministero dell'Interno. La via amministrativa è molto più lenta di quella politica».