Il prezzo maggiore sarà pagato dal personale. Ma i tagli riguarderanno tutta la comunità accademica, dagli studenti, con l'aumento delle tasse per i fuoricorso, alle strutture: si procederà difatti con la vendita degli immobili di via Zamosch e poi con quello di Terracina. Questo è quanto prevede il piano 2017-2037 per permettere all'ateneo di ripianare il maxi buco con l'Inps per i contributi non versati ai dipendenti nel periodo 2011-2014: il debito, lo ricordiamo, aveva toccato la punta di 44 milioni di euro. Ma una parte è stata già sanata.

I numeri

Andiamo con ordine: grazie alla rottamazione delle cartelle Equitalia l'ateneo ha risparmiato 8,5 milioni di sanzioni e interessi, ora l'unica penale da pagare, per la quale dovranno rispondere di danno erariale gli eventuali colpevoli, è di 600.000 euro. In totale, il debito dell'Università di Cassino ammonta quindi a 36 milioni di euro. In un primo momento si era pensato a un mutuo con la cassa Depositi e prestiti ma, molto probabilmente, sarà direttamente il Miur a farsi carico della spesa tramite il Mef e l'ateneo restituirà quindi i soldi al Governo che, in questo modo, andrà direttamente in aiuto dell'Unicas.

Il piano messo a punto dalla commissione di Carmelo Intrisano prevede che il debito di 36 milioni sia spalmato in 20 anni: dal 2017 al 2037. I vertici del dicastero hanno ritenuto molto serio il documento redatto, ma una risposta ufficiale si avrà solo nei prossimi giorni. Se, come appare molto probabile, arriverà l'ok tanto atteso che quindi salverà ufficialmente l'ateneo, si metterà in atto il piano di rientro. Ovvero: ogni anno l'Università di Cassino dovrà mettere da parte 1.800.000 euro, che significa 150.000 euro al mese, per 240 mensilità. Soldi che, o dovranno essere restituiti, oppure verranno direttamente decurtati dal Governo al momento di elargire il Fondo di finanziamento ordinario. Tali risorse serviranno per regolarizzare la posizionecon l'Inps per i contributi non versati. Ma non solo gli unici.

Il vero "nodo"

Perchè, oltre a riparare il guaio fatto, ora l'ateneo deve fare in modo che i versamenti ai dipendenti ai fini pensionistici siano regolari. Quindi in realtà, il piano di rientro, almeno per i primi cinque anni, prevede risparmi per 6,5 milioni di euro. A pagare il prezzo maggiore, saranno senza dubbio i docenti. Chi andrà in pensione non verrà rimpiazzato: perché è necessario portare la spesa del personale, oggi a circa il 94%, al di sotto dell'80%, il massimo consentito dalla legge. Nel documento alla voce personale è stato infatti previsto l'importo di 34.256.009,27 rispetto alla previsione di 40.196.854,76 con un minore costo di 5.940.845: oltre 3 milioni saranno risparmiati su docenti, 2,6 sui tecnici-amministrativi.

«Abbiamo votato il piano di rientro solo per salvare l'ateneo, è stato un atto di coraggio: il documento ci penalizza e vanifica i nostri sacrifici. Non solo: ne risentirà anche l'offerta formativa. Adesso chi dirà ai ricercatori che sono deputati, appunto, a fare ricerca e non didattica, che devono fare lezione quando davanti non vedono prospettive?» si è domandato, sfogandosi, più di un docente dopo il senato e il Cda della scorsa settimana. Temi che, con molta probabilità, saranno anche al centro dell'assemblea che si terrà domani, domani alle 11 in aula magna. Anche perché il piano redatto non ha quasi nulla da invidiare a quello che avrebbe fatto un commissario. E Cassino, in questi mesi, da quando è scoppiato il caso del maxi buco, è stata molto vicina al commissariamento. Solo una brillante operazione chirurgica è riuscita ad evitare la catastrofe.

Ecco chi ha ideato la manovra

Un'operazione targata Betta-Intrisano-Capparelli. Il trio che ha lavorato al rientro, e ora già pensa alla fase di rilancio. Un rilancio che si potrà attuare solo grazie al fatto di non essere stati commissariati. Altrimenti sarebbe stato l'inizio della fine. Lo sa bene anche chi mugugna. Ma purtroppo il livido fa più male della botta.