Anche la diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino si è unita al dolore delle famiglie dei migranti, la cui morte arriva dopo innumerevoli sofferenze e violenze subite nel lungo viaggio che hanno dovuto affrontare. Lunedì la preghiera "Morire di speranza" - animata dalla Comunità di Sant'Egidio - presieduta dal vescovo Ambrogio nella parrocchia di San Paolo Apostolo a Frosinone.

«Questa sera ci riuniamo per ascoltare questa parola di Dio, che è un Salmo dall'abisso della morte, una preghiera straziante che Giona ha pronunciato mentre era nel ventre del pesce e che ci dice tutta l'angoscia di un uomo gettato nell'abisso del mare, circondato dalle correnti con le onde che lo sovrastano - ha detto monsignore Spreafico - Attraverso questa parola vogliamo fare nostra, per quello che possiamo, l'angoscia delle decine di persone che hanno perso la vita nel Mare Mediterraneo vicino alla costa libica, persone a cui è mancato qualsiasi tipo di soccorso e che sono state indotte da trafficanti senza scrupoli ad attraversare un mare agitato».

Il vescovo ha poi ricordato le parole pronunciate domenica scorsa da Papa Francesco: "Sono persone, sono vite umane, che per due giorni interi hanno implorato invano aiuto, un aiuto che non è arrivato. Fratelli e sorelle, interroghiamoci tutti su questa ennesima tragedia. È il momento della vergogna. Preghiamo per questi fratelli e sorelle, e per tanti che continuano a morire in questi drammatici viaggi".

Il riferimento poi del vescovo Spreafico alle persone accolte alla Caritas, alla mensa diocesana, ai centri di ascolto. «Molti di noi conoscono queste storie. Le abbiamo ascoltate dai migranti che accogliamo, e ovunque abbiamo avuto tempo per loro, ma questo non ci deve anestetizzare, anzi ci deve impegnare ancora di più e ci deve liberare dall'anestesia del cuore, dallo stordimento che tante volte ci prende nelle nostre giornate, tanto siamo ripiegati su noi stessi.

La preghiera di questa sera, che coinvolge tutte le comunità di sant'Egidio in Europa, vuole essere anche una grande domanda alla nostra società, a chi ci governa, a tutti: la domanda di smettere di essere anestetizzati e di piegarci finalmente ad ascoltare il grido di chi soffre. Siamo capaci di amare e di ospitare lo straniero come Dio lo ospita nel mondo e lo salva nella sua misericordia? È la domanda che ci fa questa sera la Parola di Dio e allora l'angoscia diventi misericordia, diventi la misericordia di ogni giorno di colui che apre il cuore, che permette all'altro di rigenerarsi, di sentirsi a casa sua, di prendere fiato e di fare l'esperienza che c'è qualcuno che condivide con lui la propria storia».