Cerca

A tu per tu

Giornalismo, quale futuro? L'intervista esclusiva al direttore del Corriere della Sera

Confronto a tutto campo, con il direttore del Corsera, il frusinate Luciano Fontana. «Ci sarà sempre bisogno di buona informazione»


Lo abbiamo incontrato nella storica Sala Albertini del Corriere della Sera a Milano, dove è passata gran parte della storia del giornalismo italiano e internazionale. Siamo andati lì per intervistare un frusinate doc, il direttore Luciano Fontana, da undici anni alla guida del più importante giornale italiano.

Direttore, lei ha iniziato a fare il giornalista in Ciociaria. Una delle prime notizie che ha dato è stata l’elezione del primo sindaco donna del capoluogo, la professoressa Miranda Certo…

«Sì, è vero che ho cominciato a Frosinone, ho iniziato come corrispondente de L’Unità e dell’Ansa. Sicuramente quella è stata una notizia importante per il capoluogo, era una novità storica e anche il segno dei tempi. Devo dire che nel primo periodo mi sono occupato molto di sindacato e di occupazione. C'era un problema serio alla Fiat di Cassino e credo che ancora oggi ci sia una situazione del genere».

Ma in che modo la realtà di provincia ha plasmato il suo sguardo sul paese?
«Penso che nascere in provincia ti dà uno sguardo più approfondito perché ti senti molto più vicino alle persone, alle comunità. Conosci tutti, riesci un po’ più rapidamente a raggiungere anche le fonti che ti servono per il giornalismo. Poi per me il giornalismo era una grandissima passione, ho iniziato al liceo con il giornalino e devo dire che al liceo scientifico Severi di Frosinone, dove ho fatto la maturità, c’era una professoressa d’italiano che mi diceva sempre che dovevo fare il giornalista».

C'è stato un maestro a cui si è ispirato?
«Il mio inizio giornalistico era fatto di miti che in quel momento c’erano e che stavano forse più sui settimanali che su qualche quotidiano. Mi piaceva da morire Giampaolo Pansa, mi piacevano Giorgio Bocca, Indro Montanelli che in quel momento aveva anche la fase in cui aveva lasciato Il Corriere della Sera. Mi piacevano, insomma, quei giornalisti che andando a raccontare delle storie, anche minute, di personaggi, riuscivano a darti poi la dimensione non solo umana e psicologica ma anche collettiva di ciò che raccontavano».

Quali difficoltà ha incontrato all'inizio della carriera?
«La difficoltà fondamentalmente per un giovane che viene da Frossinone e vuole fare il giornalista è prima di tutto trovare la possibilità di poterlo fare in una maniera continuativa. Tante collaborazioni, tanto precariato. Allora si chiamava abusivato. Si poteva diventare giornalista solo se un’azienda ti assumeva come praticante, non c’erano ancora le scuole e le università di giornalismo che ti abilitano alla professione. Quindi il mio impegno era quello di continuare a fare il massimo come precario per avere, alla fine, la possibilità che qualcuno me lo facesse fare davvero come professione».

Qual è la differenza tra il giornalismo dei suoi esordi e quello attuale?
«La differenza più grande è che ormai viviamo in un mondo in cui le informazioni arrivano da migliaia di punti diversi. A quel tempo, invece, l’unica competizione si faceva tra giornali e con la televisione. La televisione dava un po’ più le notizie in aggiornamento del giorno, i giornali erano più approfonditi, lavoravano più sulle inchieste, lavoravano più a trovare scoop e approfondimenti. Però non c’erano i social che ti riversavano addosso milioni di cose che dovevi verificare, che devi verificare per sapere se sono vere o false, se qualcuno le sta veicolando per qualche interesse politico ed economico. Devo dire che da un certo punto di vista era un po’ più facile fare giornalista allora».

Cosa significa oggi dirigere un quotidiano storico come il Corriere della Sera, il primo giornale italiano?
«Intanto significa non dirigere solo più un quotidiano di carta. Il Corriere della Sera in questo momento è un sistema di informazione, ma questo vale un po’ per tutte le testate editoriali, nel piccolo e nel grande, ma la dimensione è sempre la stessa. Si lavora 24 ore su 24, si lavora con un sito web per gli abbonati, con le newsletter, con i podcast, con l’attività video e poi a un certo punto della giornata si fa una selezione di quello che devi riservare alla carta. Quindi è un lavoro da un certo punto di vista, soprattutto per il direttore, un po’ più manageriale. Tenere insieme tante cose diverse e finalizzarle tutte allo stesso obiettivo, che nel caso del Corriere è quello, cercare di fare buona informazione».

In che modo garantite l’indipendenza e il pluralismo dell'informazione?
«L’indipendenza viene garantita, prima di tutto, da editori che abbiano nell’editoria il proprio scopo imprenditoriale, che non abbiano secondi fini e non abbiano conflitti di interessi. Dal punto di vista dei giornalisti io credo che vale molto la propria formazione, indipendenza culturale e politica, che è un valore estremo e lo è in particolare nel Corriere della Sera, in cui se chiedi ai nostri lettori qual è la ragione per cui acquistano il Corriere della Sera è per il pluralismo, per l’indipendenza e per il fatto di non essere giornali faziosi di partito, che cercano di incanalare i lettori in una visione unidimensionale. E questo è un punto fondamentale del nostro lavoro e anche un po’ il motivo che ci ha permesso, nonostante le crisi che tutti i sistemi editoriali hanno affrontato, di arrivare in una buona condizione. E poi secondo me anche l’indipendenza economica è un punto importante perché le aziende che non sono sane sono aziende sempre che devono chiedere qualcosa a qualcuno».

Che ruolo hanno i giovani giornalisti nel rinnovamento del quotidiano?
«Per quello che ci riguarda hanno avuto un ruolo molto importante perché circa dieci anni fa, ed è un periodo che coincide con la mia direzione, abbiamo deciso di fare una trasformazione digitale molto importante puntando sugli abbonamenti a pagamento, che era qualcosa che nel digitale non esisteva. l’informazione digitale era gratuita per definizione, quindi passare da un’informazione gratuita, un’informazione a pagamento e chiedere a un lettore se ci riconosci valore, paga qualcosa per il nostro lavoro, significa articolare un sistema completamente diverso. Ad esempio i giovani sono entrati in redazioni integrate. Qui ogni redazione lavora sia per la carta che per il web. Quindi tante funzioni nuove estranee a noi giornalisti nati nel mondo in cui si girava con la macchina da scrivere, non c’erano nemmeno i cellulari».

Quanti giovani avete assunto?
«Al Corriere della Sera negli ultimi dieci anni sono entrati circa 70-80 giornalisti giovani, tutti con competenze formate, sia qui dentro al Corriere ma anche dalle università, dalle scuole di formazione di giornalismo, che hanno fatto un po’ come dire gli evangelisti del digitale. Li abbiamo diffusi un po’ in tutte le redazioni e devo dire che questa combinazione tra l’esperienza di giornalisti un po’ più antichi e queste nuove professioni, questa nuova professionalità, alla fine ha funzionato».

Ma qual è oggi il rapporto tra stampa e politica in Italia? È un rapporto spesso e volentieri conflittuale?
«Sì, il rapporto è conflittuale, devo dire che in fondo lo è sempre un po’ stato. Io adesso ho 40 anni di professione giornalistica, tra politici e giornalisti un tasso di conflittualità io lo metto nel conto. Devo dire però, sarà anche perché le leadership spesso sono un po’ più deboli, che probabilmente ci sono stati qualche periodo anche peggiore dal punto di vista della forza, quando avevi un po’ più di timore. Naturalmente io penso due cose, che in giornali, soprattutto un giornale come Il Corriere della Sera, che ha un pubblico vasto e si rivolge a lettori che la pensano veramente diversamente uno dall’altro, deve mantenere il proprio racconto oggettivo. Quindi questo è il punto fondamentale, se tu racconti oggettivamente i fatti è difficile che ti metti in una situazione di conflittualità in linea di principio. Devi essere pluralista e devi rispettare tutti, anche e soprattutto nel momento in cui non sei d’accordo con loro. Sapendo che il Corriere è capace di dare un punto di vista diverso, di avere un’apertura che ti permette anche di capire che il mondo non è tutto in bianco e nero come spesso ce lo vogliono raccontare».

Il giornale cartaceo ha ancora un futuro?
«Il giornale cartaceo naturalmente ha subìto in questi anni una riduzione, probabilmente nel mondo anglosassone anche un po’ più rapidamente. Però il giornale cartaceo, letto in edicola oppure letto e sfogliato in replica su un iPad o su uno smartphone, in ogni caso ha un enorme vantaggio perché ti sistematizza la realtà, ti dice guardate oggi io ho scelto queste notizie in questa sequenza e organizzate graficamente in questo modo come le più rilevanti. E questo è un elemento di pulizia, dal punto di vista delle informazioni, importantissimo. Anche nel nostro lavoro digitale per noi il giornale di carta in ogni caso è una guida, una leva che ti permette di fare bene anche il resto. Quindi io penso che la sua funzione resterà in ogni caso».

Ma è vero che ancora oggi l'abbonamento digitale vale un quarto di quello cartaceo?
«Dal punto di vista economico sicuramente costa di meno, dal punto di vista dei numeri noi abbiamo completamente invertito, vendiamo in edicola circa 120.000 copie e abbiamo più di 750.000 abbonati digitali».

Quindi gli abbonamenti online possono garantire la sostenibilità economica alla lunga?
«Sì, possono garantirla, naturalmente debbono essere tanti, deve essere un abbonamento ricco di prodotti non solo editoriali ma anche archivio di approfondimento, devono avere un prezzo giusto. Insomma da questo punto di vista sì, probabilmente non per tutti i giornali ma per quelli che hanno un brand rilevante sì».

Ma il giornale cartaceo può essere rivitalizzato cambiando i canali distributivi?
«Naturalmente un progetto serio sulle edicole è qualcosa di rilevante, è rilevante non solo per noi ma penso che sia rilevante anche per la vita dei territori. Spesso l’edicola è un punto di aggregazione soprattutto nei paesi piccoli, è un punto di riferimento in cui si fanno delle cose e si fa comunità. Penso che da questo punto di vista la mano pubblica sia importante, io non sono contrario, soprattutto per i giornali medio-piccoli che ci sia un sostegno, per i giornali associativi, perché la libertà di informazione e il pluralismo sono un valore costituzionale Dopodiché bisogna trovare anche canali diversi di distribuzione. Il nostro giornale cartaceo sullo sfogliatore iPad vende su per giù quanto noi vendiamo in edicola, quindi abbiamo trovato un altro canale di distribuzione».

Come immagina il Corriere tra dieci anni, visto che sta attraversando questa fase di transizione profonda?
«Io lo immagino come un sistema ancora più articolato, in cui insieme al quotidiano dobbiamo essere capaci di mettere insieme prodotti di qualità informativa anche di tipo diverso. Ad esempio noi abbiamo appena lanciato un’app di giochi di tipo culturale che sta andando benissimo. Stiamo articolando il nostro sistema, abbiamo lanciato un’app sulla salute, un’app sull’economia. Lavoriamo a rendere completamente fruibile, tramite l’intelligenza artificiale, l’archivio storico del Corriere che è una cosa veramente incredibile. Basti pensare che intorno a questo tavolo c’erano seduti a lavorare, ed erano giornalisti del Corriere, Montale e Buzzati. C’è passata tutta la storia culturale e intellettuale e anche scientifica del Paese e così altri progetti che via via cercheremo di approfondire. Alla fine chi si rivolge al Corriere vuole soprattutto buone informazioni. Se riusciremo a farlo abbiamo futuro, se non ci riusciremo forse non ce l’avremo».

Qual è il rischio maggiore per l'editoria nei prossimi anni?
«Il rischio maggiore è rispondere alla crisi cercando di fare cose che non sono il compito di chi fa il giornalista. Cioè mettendo insieme interessi diversi o lanciandosi su prodotti che non sono il fine del giornalismo. Io credo che alla fine di buona informazione c’è bisogno, ne ha bisogno il Paese e ne ha bisogno ognuno di noi nella sua vita. Quindi io penso che non bisogna mai abbassare il livello della qualità, delle verifiche e del lavoro perché abbassandolo troppo snaturi il tuo prodotto e non servi più. Ci saranno migliaia di altre persone, influencer e cose eccetera che sapranno fare più divertendosi di più. Invece tu devi fare un altro lavoro».

Lei ha una laurea in filosofia, è ancora importantissima la cultura per l’impostazione di un giornale?
«È fondamentale, è fondamentale oltre che per l’informazione culturale che in ogni caso è un pezzo di informazione che riscuote un largo interesse. Noi ad esempio abbiamo rilanciato il settimanale La Lettura che era stato chiuso per tanti anni con un riscontro molto positivo. Quindi adesso abbiamo fatto anche l’app della lettura. L’informazione culturale è importante perchè significa avere le basi solide che ti permettono di interpretare la realtà».

Edizione digitale

Sfoglia il giornale

Acquista l'edizione