Ci hanno provato perfino illustri universitari inglesi a studiarlo. Eppure neanche loro sono ancora riusciti a dare una risposta al più grande, e neomelodico, quesito dei nostri tempi: Gl can p’zzìgl come fa?

Troppo radicato per essere classificato solo un “tormentone”, contaminazioni linguisticamente geniali per essere ridotte a un semplice gioco di incroci tra dialetto, italiano e ciociaro allo stato puro. Quello di Cristiano Gabriele è un sound “che si mangia” e le sue non sono solo canzonette. Del resto lui non è un cantante di professione. Suonano, invece, come esilaranti reinvenzioni di grandi classici, da Baglioni a Ligabue, da Masini a Ramazzotti, con sonorità che riportano alla musica leggera e l’ironia fin troppo semplice se non fosse che entra in testa come un chiodo fisso, data appunto dal gergo tipicamente provinciale, e che ne fanno capolavori di una comicità ancora genuina, studiata sì ma senza inganno.

Per questo il suo pubblico è di quelli che riempiono le piazze durante le sagre e le feste con birra e porchetta, così come i più frequentati locali della provincia, dove i suoi spettacoli registrano sempre il tutto esaurito. Cristiano e la Pork Band divertono per i loro eccessi di trivialità, per la traduzione volgare e le continue allusioni al sesso, per quel linguaggio universale del ragazzotto di paese, all’eterna ricerca di una donna “che ci sta”, protagonista goffo e spesso ostaggio di luoghi comuni e situazioni imbarazzanti, ridicole e demenziali. Fino ad ora il “cantante per gioco” e il suo gruppo lo hanno raccontato in 80 canzoni ufficiali e almeno 130 improvvisate.

Ma chi è Cristiano Gabriele? E soprattutto: chi è il cane pizziglio?

«Cristiano nasce a Roma il 15 febbraio 1973 da madre romana e papà isolano. Vive e frequenta il liceo scientifico nella capitale ma è contagiato da un’inguaribile “saudagi ciociara” che lo riporta ogni fine settimana a Isola del Liri, dove ha i suoi amici più cari e dove alla fine torna con tutta la famiglia. Il cane pizziglio, invece, è una donnola, terrore di tutti i contadini: uccide le galline recidendo loro la carotide senza poi riuscire a mangiarle del tutto. È piccolo ma può fare una strage. La particolarità è che nessuno ha saputo ancora definirne il verso. E poi è diventato il “sostituto” del coccodrillo in uno dei brani più conosciuti e richiesti».

E la “Pork band” come nasce?

«In quinto liceo, durante una gita in pullman dove con una chitarra, acquistata per quarantamila lire da Vicini a Sora con una colletta tra i miei compagni di classe, comincio a strimpellare seguendo alla lettera il libretto “Gli accordi a prima vista”. Invento, riproduco, imito e mi accorgo che hanno più successo le parodie improvvisate piuttosto che le canzoni famose. Qualche brano inizia a girare tra i ragazzi che lo canticchiano sempre più frequentemente e allora decido che non voglio restare solo. Così nasce un gruppo formato da Daniele Petricca, Sergio Caruso, Enrico De Biase, Mattia Cestra e Antonello Palmigiani, tutti rigorosamente ciociari come il sottoscritto. Dal 1994, in un concerto al cinemateatro Mangoni che l’allora sindaco Bruno Magliocchetti ci concesse gratuitamente, non ci siamo più fermati. Abbiamo addirittura realizzato un lungometraggio dal titolo “Agl’paura”. Insomma, siamo piaciuti».

E da cosa deriva il nome della band?

«La prima canzone che abbiamo composto era “Pork mia”, un inno all’evento dell’uccisione del maiale in casa e a tutti i prodotti che poi vengono realizzati e che sono ancora oggi un vanto della nostra terra. Da lì una serie di riferimenti all’appuntamento che tra dicembre e gennaio vede impegnata la famiglia ciociara, con parenti e vicini pronti ad aiutare anche e soprattutto per rimediare qualcosa».

Sul palco sei un trascinatore di folle: cambi costumi, interpreti personaggi, descrivi e ridicolizzi difetti e caratteristiche umane in cui tanta gente si riconosce.

Ma il tuo pezzo forte qual è?

«Sicuramente “Falla calà”. Se non canto questa durante uno spettacolo è come se Baglioni non cantasse “Piccolo grande amore”. È la classica storia, grottesca e tragicomica, di una coppia ciociara in cui lui è il fidanzato che cerca di piacere a lei e ai suoi, ma incappa in situazioni che lo mettono in difficoltà: il brano è tutto incentrato su quelle caratteristiche femminili che devono convincere il povero malcapitato a far scendere la ragazza dalla macchina. Da qui il titolo del brano, che ormai è quello più richiesto».

Ma il tuo è anche un continuo giocare con il dialetto ciociaro…

«Esattamente. La nostra idea è di utilizzare il dialetto nell’ottica di preservarlo, usando alcuni termini che sono caduti nel dimenticatoio. Il melograno è “gl’ ciceranaro”, il “cellacchio” è il tubo dell’acqua, parole che oggi non si sentono più ma che raccontano la melodia di una lingua antica in cui si trovano le nostre radici».

Che tipo di pubblico ascolta i pezzi della “Pork band”?

«La famiglia, i ragazzi, i nonni. La nostra è una musica facile, che resta in mente, motivetti che tutti canticchiano, un po’ come quelli di un villaggio vacanze, conditi con le classiche “parolacce” che, paradossalmente, sono quelle che si imparano subito anche in una lingua straniera. Eppure c’è un caso in cui la volgarità l’abbiamo tolta noi: quando abbiamo realizzato la parodia del brano di Marco Masini “Bella stronza”, diventato “Bella stonna”, che in dialetto ciociaro significa “bella botta” e che racconta di un incidente dopo una delusione d’amore. In questo posso dire che la “Pork band” è diventata un fenomeno sociale, con un pubblico trasversale».

Ma cristiano, lontano dai riflettori, che persona è?

«Uno che ha le spalle grosse sulle quali in molti si sono appoggiati, uno sempre pronto a dare consigli, un ottimo ascoltatore dei problemi degli altri. Ma poi, quando si tratta di me, sono piuttosto chiuso e con pochi “consolatori”. Due categorie di persone detesto: i tirchi e i falsi. Per il resto tutti godono della mia fiducia. Ovviamente presunta».

Che musica ascolti?

«Un po’ di tutto, senza pregiudizi. Non ascolto musica perché “fa figo” ma perché apprezzo cosa c’è dietro un brano, chi lo arrangia, ad esempio. Ascolto anche la canzonetta, dietro la quale c’è un lavoro pazzesco».

A tavola che tipo sei?

«Se posso permettermi, come a letto: non porto rispetto! Pur di non rinunciare a un piatto di sagne con fagioli e pancetta mi farei anche sparare!».

Il complimento di un fan che ti descrive meglio?

«La frase che mi ha detto un signore anziano, alla fine di uno spettacolo: “Cristià tu non sei scemo, lo fai. E per fare lo scemo ci vuole la testa”. Ecco, ancora oggi queste parole mi fanno sorridere!».