C’è un uomo solo al comando. La sua camicia è bianca (con le maniche tirate su), il suo nome è Matteo Renzi. Non è una radiocronaca di Mario Ferretti sulle imprese sportive di Fausto Coppi. È quanto accaduto ieri al Fornaci Cinema Village: Matteo Renzi irrompe (sì, irrompe) sul palco alle 16.50, tiene la parola per cinquantadue minuti (interrotto per trentuno volte dagli applausi).

Illustra il referendum nello stesso modo in cui si mette in scena una commedia teatrale: semplice, diretto, divertente, efficace, coinvolgente. I riti della politica sono lontani. La gente partecipa. Non ha la giacca, la cravatta è di colore rosso, con sfumatura nera. Prende il microfono e inizia a camminare. Sulpalco c’è soltanto lui, la classe dirigente locale del Pd assiste in platea. Istrionico, teatrale, ma anche politicamente spietato, a tratti “cattivo”. Come lui stesso si è definito in un faccia a facciacon GianniMinoli. Scherza subito: «Posso chiedervi scusa per il ritardo? La risposta è “sì”, così entriamo subito in clima referendario».

Poi però allarga il discorso alle elezioni negli Usa: «Tra poche ore avremo il nuovo presidente, anzi la nuova presidente». Quindi rende omaggio agli anni di Obama alla Casa Bianca e, infine, fa una riflessione su quanto sta succedendo a Mosul. Perché nel mondo globale «bisogna essere connessi 24 ore al giorno». Per diversi minuti va sull’onda lunga della Leopolda e, appena accenna al referendum, la platea rumoreggia contro le posizioni di Massimo D’Alema. Qualcuno urla: «Cacciali tutti». Renzi è prontissimo: «Buoni! Noi non cacciamo nessuno. Vedo che siete belli carichi, quando si esce da qui si fa tutti l’antidoping».

L’accento toscano (con l’inconfondibile “c” aspirata) accentua l’ironia. Poi attacca l’Unione Europea, frontalmente. Così: «I soldi per l’edilizia scolastica li terremo fuori dal patto di stabilità. Su questo aspetto non guarderemo in faccia nessuno, i funzionari di Bruxelles lo sappiano. Sono rimasti sorpresi dal fatto che abbiamo recuperato un barcone in fondo al mare. Mio nonno mi ha insegnato che ai morti si dà sepoltura. Ecco perché magari quel barcone lo piazzeremo davanti al nuovo Palazzo delle istituzioni europee, a Bruxelles.

L’Italia sta rispettando le regole, lo facciano pure gli altri Paesi». Quindi, mentre sullo schermo appaiono i cinque punti che caratterizzano il referendum, Matteo Renzi cambia marcia (e voce) e piazza la stoccata: «C’è una parte della classe dirigente del passato che pensa a difendere le poltrone, non al futuro dei nostri figli e nipoti. Li stiamo smascherando. In questa riforma non si aumenta neppure un potere del presidente del consiglio».

Poi il premier spiega così il vantaggio di abolire il bicameralismo paritario: «Immaginate di effettuare una snervante riunione di condominio fino alle 2.30 del mattino. Dopo un faticoso accordo con il vicino di casa sul balcone, andate a letto contenti. Pensando di avercela fatta. Invece no: la mattina dopo c’è una nuova e diversa riunione di condominio, con protagonisti differenti. Il ping pong delle leggi tra Camera e Senato ha penalizzato il nostro Paese. La riforma serve all’Italia, per renderla più forte al tavolo dell’Europa.

Ragazzi, ci sono stati 63 governi in70 anni». Aggiunge: «I politici che sostengono il “no” lo fanno per una ragione soltanto: perché non sopportano l’idea che qualcun altro possa riuscire dove loro hanno fallito per trentacinque anni». Matteo Renzi cambia ancora il tono della voce, assume una valenza teatrale e sillaba: «Poi ci sono quelli che su ogni punto declamano: è ben altro il problema». Incalza: «Per loro la riforma perfetta è quella che non si fa. Noi intanto diminuiamo gli stipendi dei parlamentari da 950 a 630. Dall’altra parte difendono i loro privilegi».

Matteo Renzi gigioneggia, punge, senza nominarla, Virginia Raggi («hanno paura della loro ombra, hanno paura di governare»). Dalla platea rilanciano: «Chi vota “no” non è italiano». Matteo Renzi risponde: «Chi vota “no” è italiano, ci mancherebbe. Soltanto che sorprende la posizione di chi (ndr: il riferimento è a Bersani), dopo aver votato per tre volte la riforma, adesso scopre che non gli piace. Ricordano quel motivo: “Ma perché? Perché no”. Fa un certo effetto vedere dalla stessa parte Silvio Berlusconi ed esponenti di Magistratura Democratica, Beppe Grillo e Massimo D’Alema».

Rileva ancora il leader del Partito Democratico, assumendo un tono di voce “grave”: «No! No! No! Intanto è “no”. Immagino già la scena sulla riduzione dei parlamentari: “onorevole collega, sul punto il popolo si è già espresso”. La verità è che non vogliono cambiare nulla. Poi ci sono i teorici del complotto, quelli che mi hanno rimproverato i cambiamenti sull’articolo 117. Al punto che mi è venuto anche il dubbio e ho chiesto ai miei collaboratori: cosa avete combinato a mia insaputa (locuzione molto in voga qualche anno fa)? In realtà non è successo nulla. Ma questo Paese è stato condizionato dalle trasmissioni di Biscardi. C’è perfino chi ha ipotizzato un complotto dei frigoriferi, fino a quando non è venuto fuori che semplicemente si erano dimenticati l’appalto sulla raccolta degli ingombranti».

Nell’appello finale Matteo Renzi fa riferimento agli indecisi, un terzo secondo i sondaggi. Argomentando: «Il 25 marzo 2017 a Roma ci sarà un importante vertice per discutere il futuro dell’Europa, poi a maggio il summit del G7 a Taormina, infine a novembre il consiglio di sicurezza dell’Onu che l’Italia dovrà presiedere. Sul referendum ve la giocate voi. La domanda è: avete voglia o no?Beh,capisco che, detta così,si possono ingenerare equivoci. Scherzi a parte, incontrate le persone: direttamente, non sui social network. Parlate con il vicino di casa. Noi ce la metteremo tutta, perché pensiamo che la politica è bella se migliora la prospettiva dei figli e dei nipoti. Per il “no” è schierata una generazione di leader del passato che vuole riprendersi il potere dopo aver fallito su tutto. Non lo consentiremo. Viva Frosinone. E basta un “sì”».

La platea applaude, Matteo Renzi scende dal palco e saluta: «Ce la possiamo fare, ce la dobbiamo fare». Non c’è spazio per altro. Dalla Leopolda a Frosinone: la volata che porta al referendum del 4 dicembre è iniziata. Sarà la madre di tutte le battaglie politiche.