Tragedia sull'A1
16.03.2026 - 12:10
Un cielo nuvoloso, un silenzio pesante, rotto solo dalle lacrime e dalle preghiere. L’intera comunità di Acuto si è stretta ieri nella chiesa di Santa Maria per l’ultimo saluto a Emiliano Martucci, Mauro Agostini e Valentino Perinelli, i tre operai morti nel tragico incidente stradale che ha sconvolto il paese.
Nell’omelia il vescovo ha tracciato anche il ricordo dei tre operai. Valentino, il più giovane, «un ragazzo gioioso, innamorato della vita, appassionato dei cavalli e della natura, circondato dall’amore dei suoi cari», che lavorava accanto al padre nell’azienda di famiglia. Mauro, descritto come «un giovane semplice» che aveva conosciuto anche momenti difficili ma aveva trovato forza e serenità nel lavoro. Emiliano, «umile, educato. Segnato da una grande sofferenza insieme alla sua compagna Anita, ma dotato di una straordinaria bontà».
Tre vite diverse ma unite da un tratto comune: la dedizione al lavoro e alla famiglia. Tutti e tre lavoravano nella stessa azienda di carpenteria metallica e quella mattina, come tante altre volte, erano partiti prima dell’alba per raggiungere un cantiere.
In paese li ricordano così: lavoratori instancabili, persone disponibili e sempre pronte a dare una mano. «Tre giovani bravi, luminosi, che portavano luce nelle loro famiglie e nella comunità», ha detto il vescovo. Parole che hanno trovato eco nei racconti di chi li ha conosciuti: amici, colleghi e compaesani che li descrivono come uomini seri, rispettosi e profondamente legati alla loro terra.
Il vescovo non ha nascosto il peso delle domande che una tragedia come questa comporta. «Certo, possiamo lasciarci prendere da tante recriminazioni, pensare alla sicurezza sulle strade e sul lavoro in generale, provare rabbia e sconforto; possiamo e dobbiamo riflettere sulla prevenzione di tali tragedie. Ma resta la domanda profonda: perché? Una domanda destinata, per certi versi, a rimanere senza risposta. Non riusciamo a capire. Non possiamo capire. Non capite voi, care famiglie dei nostri giovani, ieri ricche della loro presenza, oggi distrutte dal distacco. Non capite voi, giovani e colleghi qui presenti. Non capiamo tutti noi».
Ma nella fede, ha aggiunto, resta la certezza che «nel buio qualcuno ci tende la mano. Una mano che guarisce, una mano che dona la vita». È l’immagine della mano di Cristo che accompagna anche nei momenti più oscuri e che, ha ricordato, «non lascia soli neppure nella valle della morte».
Alla fine dell’omelia il ringraziamento ai tre operai per ciò che hanno lasciato a chi li ha conosciuti. «Grazie per essere stati un dono per le vostre famiglie, per gli amici e per questa comunità. Grazie per l’amore che avete saputo seminare». Parole che hanno racchiuso il senso più umano della cerimonia: non soltanto l’addio, ma il riconoscimento di ciò che tre vite semplici e laboriose hanno rappresentato per chi è rimasto.
Poi un appello ai familiari e a chi li ha conosciuti: «Mi raccomando, apritevi all’amore. Trasformate l’immenso dolore che vi affligge in affetto, in generosità. Chiudervi in voi stessi peggiorerebbe solo le cose».
Alla fine una preghiera affidata a Maria, madre che conosce l’abisso del dolore, e la richiesta che questo strappo così violento possa trovare una trasformazione possibile almeno nell’amore, nella vicinanza, nella solidarietà reciproca. Un’invocazione che nella chiesa di Santa Maria è risuonata come una supplica collettiva, quasi un modo per dire che nessuno, ad Acuto, vuole lasciare sole le famiglie di Emiliano, Mauro e Valentino.
Al termine della funzione il dolore è rimasto lo stesso, intatto. Una folla commossa si è radunata nel piazzale antistante alla chiesa, accompagnando con un lungo applauso l’uscita dei feretri. Accanto alla sofferenza si è vista anche la forza silenziosa di una comunità capace di stringersi attorno ai suoi figli. Acuto saluta tre uomini che facevano parte della sua identità quotidiana: tre operai, tre lavoratori stimati, tre vite spezzate troppo presto.
E mentre il paese prova ancora a fare i conti con una perdita che sembra inaccettabile, resta il ricordo di ciò che erano per chi li conosceva davvero: persone semplici, serie, generose, legate al lavoro e agli affetti, capaci di lasciare un segno profondo.
In un giorno di lutto collettivo la chiesa di Santa Maria è diventata così il luogo del pianto e della memoria, dell’impotenza davanti a una tragedia incomprensibile ma anche della gratitudine per tre vite che, nella loro concretezza quotidiana, hanno saputo farsi voler bene.
Emiliano, Mauro e Valentino se ne sono andati lasciando un vuoto enorme. Ma il loro nome, ad Acuto, continua a restare legato a quello che tutti ripetono da giorni: tre grandi lavoratori, tre brave persone, tre figli di una comunità che oggi piange in uno dei giorni più tristi della sua storia recente.
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