Il libro
01.04.2022 - 21:00
La lupa capitolina
Tra qualche giorno ricorrerà l'anniversario della fondazione di Roma, avvenimento che gli storici fanno convenzionalmente risalire al 21 aprile del 753 A.C.. Secondo la tradizione, il protagonista di questo evento che cambiò i destini del mondo antico fu Romolo, personaggio la cui origine, la "vita", e l'improvvisa "scomparsa", risultano ammantate da un fitto alone di mistero. Per tutti coloro i quali volessero approfondire l'argomento suggerisco volentieri di leggere il saggio di Mario Lentano, intitolato "Romolo – La leggenda del fondatore", edito da Carocci (166 pagine).
Il libro inizia con una suggestiva domanda: «È possibile scrivere la biografia di un uomo che non è mai esistito?». Tenuto infatti conto che le notizie che abbiamo su di lui provengono da un intricato miscuglio di storia, miti e leggende, l'autore ha ritenuto opportuno precisare che «di un mito non esiste mai una versione autentica e una spuria», perché «la biografia di un personaggio leggendario è la somma di tutte le biografie che sono state inventate per lui, nessuna delle quali ha il diritto di essere più vera o più falsa delle altre».
Nonostante ciò, la lettura del volume non si rivela affatto inutile o fine a se stessa, in quanto consente di addentrarsi con piacere nei profondi segreti della "nascita" della città eterna e del suo fondatore (che la tradizione identifica come uno dei discendenti del mitico Enea). Il saggio, oscillando sapientemente tra leggenda e realtà, tra l'etereo fascino della poesia e ricostruzioni storiche più o meno attendibili (gli "Annali" di Ennio, ad esempio), ci aiuta a comprendere, o quantomeno ad immaginare, i presupposti della fondazione di Roma, il contesto geografico, culturale, sociale e religioso che ne fu di contorno, quello che (forse) avvenne quel giorno di fine aprile sulla cima del Palatino, e quello che si verificò negli anni successivi, fino alla "morte" di Romolo, il quale, secondo alcune leggende, fu trascinato verso il cielo da un tempestoso turbine mentre era seduto sul suo trono davanti ai senatori, scomparendo senza lasciare traccia... Ancora una volta, come spesso accadeva nell'antichità, emerge dunque, fortissimo, il legame tra fantasia e realtà, tra storia e mito, tra uomini e dei.
Ed infatti, Lentano, così scrive: «Fondare una città, nel mondo antico, non è mai affare da poco. Soprattutto non è mai affare che riguardi i soli protagonisti umani dell'impresa: al contrario, tanto l'individuazione del soggetto cui affidare un compito così significativo, quanto la scelta del sito nel quale dare vita a un nuovo centro urbano, sono materia di un laborioso negoziato fra cielo e terra, in cui gli dei si riservano il diritto di scegliere e quello di concedere o negare la loro approvazione alle iniziative degli uomini. Istituire una città significa sempre introdurre una discontinuità nello spazio, un cambio di destinazione d'uso di un luogo... la città stessa, una volta edificata, sarà un condominio di uomini e di dei, i quali hanno le loro case in mezzo a quelle destinate all'uso umano».
Il libro (con un'incredibile dovizia di particolari) si sofferma anche sulle origini etimologiche del nome della città, su quelle "genetiche" dei celebri gemelli, sul ruolo simbolico della lupa e soprattutto sul drammatico confronto che Romolo e Remo ebbero quando il dente di bronzo del vomere iniziò ad incidere il "sulcus primigenius". A tal proposito scrive, il saggista partenopeo, richiamando una delle versioni più note di quest'ultimo, celeberrimo evento: «Romolo, nel procedere alla fondazione di Roma, fece subito circondare il Palatino da un fossato, affinché nessuno dei vicini pensasse di poterlo distogliere dai suoi propositi... Remo, poiché era invidioso della buona sorte del fratello... disse che stavano approntando un fossato troppo esiguo. I nemici lo avrebbero scavalcato in futuro senza problemi, e lui stesso infatti poteva farlo con facilità. E, mentre così parlava, oltrepassò il fossato... rivolgendosi al fratello in tono decisamente minaccioso, Romolo dichiarò che nessuno poteva oltrepassare impunemente le mura della città e che Remo avrebbe pagato subito, e con il proprio stesso sangue, l'infrazione di cui si era reso colpevole. Il gemello venne insomma giustiziato dallo stesso fondatore, come monito per chiunque, in futuro, avesse osato violare la cinta urbana».
Tuttavia, evidenzia l'autore del saggio, alcune fonti «si differenziano sull'artefice di quella morte, in una serie di varianti il cui scopo sembra quello di voler attenuare o cancellare l'elemento del fratricidio: un episodio, quest'ultimo, che costituisce senza dubbio l'aspetto più sconcertante dell'intera biografia di Romolo, anche se i personaggi del mito antico non sono tenuti a conformarsi ai parametri di eccellenza etica che noi riterremmo invece irrinunciabili per un eroe».
Assai interessante è l'interpretazione simbolica che Lentano fornisce per quel sanguinoso evento: «La morte di Remo rappresenta un caso di "violenza mitica", come è stata chiamata, o di "violenza giuridica", nel senso di una violenza esercitata allo scopo di istituire la legge e fondare lo Stato...la rivendicazione della sacralità delle mura costituisce la prima manifestazione di quella funzione legislatrice che spetterà a Romolo in quanto primo re di Roma». Romolo, ad ogni buon conto, si rese tuttavia protagonista di numerose altre importanti decisioni, che incisero profondamente sulla storia della città eterna.
A lui si deve, infatti, «la definizione della stessa cittadinanza, la creazione del Senato, la distinzione tra patriziato e plebe e l'invenzione della clientela, l'istituzione dell'assemblea popolare, la delimitazione dei distretti territoriali, insomma, la messa a punto di tutte le cornici istituzionali che graduano e definiscono il coinvolgimento dei romani nella vita politica a seconda del rango... nasce con lui – nel senso che è a lui che le stesse fonti antiche la attribuiscono – l'idea di Roma come città aperta e comunità inclusiva, in deliberata contrapposizione alla chiusura autarchica della polis greca, alla spocchia purista degli Albani o al rifiuto dello scambio e alla superbia dei Sabini: persino il limite sacro che Romolo traccia insieme con il perimetro delle mura, il cosiddetto pomerio, non viene concepito come un confine statico ma è passibile di continue ridefinizioni e ampliamenti, in ragione diretta dell'espansione delle conquiste e della dilatazione delle frontiere esterne. Così Roma si presenta, sin dalle proprie origini più remote, come una realtà dinamica e insieme porosa, aperta e sperimentale, incline a una pratica ibrida, composta e plurale dell'identità che individua nella politica il proprio collante, il terreno comune sul quale culture, etnie e tradizioni diverse, possono trovare composizione e unità, sia pure dopo lo strappo violento della guerra che le ha immesse con la forza nel circuito dell'impero».
In questo articolato contesto storico, culturale, sociale e religioso, la figura di Romolo si staglia dunque – inimitabile ed imperitura – al di sopra di tutti gli altri.
E poco importa, a noi semplici mortali, che in fondo si tratti solo di un'incredibile, splendida leggenda.
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