Colpi di Testa
30.01.2022 - 23:00
George Bernard Shaw, regalando al mondo una delle sue celebri perle di saggezza, una volta affermò che «non si smette di giocare perché si invecchia, ma si invecchia perché si smette di giocare». L'arguta considerazione del grande scrittore irlandese (Premio Nobel per la letteratura nel 1925) evidenzia l'indiscutibile ruolo che le attività ludiche hanno nella vita di tutti gli individui. Perché il gioco, inteso nella sua accezione più ampia, non solo costituisce uno dei principali ed imprescindibili momenti formativi della maturazione di qualsiasi bambino, ma contribuisce anche, per i più grandi, ad alleviare le inevitabili asperità dell'umana esistenza, accompagnandola, per quanto possibile con un pizzico di piacevole levità, verso la sua naturale conclusione. Ciascuno di noi ha, nel cuore e nella memoria, un gioco specifico che lo lega alla sua infanzia o all'adolescenza. E se a tal proposito, per le generazioni più recenti, la parte del leone la fanno ovviamente quelli elettronici, per le persone di una certa età, invece, il ricordo corre quasi certamente verso il "nascondino", al rozzo "saltacavallo"(per i maschiacci), o alla compassata "campana"(per le femminucce); o se invece volessimo limitarci ai cosiddetti "giochi da tavolo", al classico "Monopoli", al più moderno "Risiko", o al simpatico "Allegro Chirurgo".
Per molti, però (me compreso), il gioco simbolo della gioventù è stato invece il "Subbuteo" (nome curioso che deriva dalla denominazione latina dell'omonimo falco). Il "Subbuteo" venne inventato in Inghilterra nel 1947, e si poneva l'ambizioso obiettivo di provare a riprodurre, in miniatura, il gioco del calcio, attraverso l'azione basculante di miniature più o meno sofisticate (che dovevano "correre", rectius...scivolare su un panno di stoffa dietro ad una palla, mosse dalle controllate spinte degli indici dei due giocatori). Su questo raffinato (per l'epoca) ed affascinante "calcio da tavolo", oramai purtroppo soppiantato da omologhi virtuali che si basano su sofisticatissime tecnologie digitali, è stato appena pubblicato dalla casa editrice "Il melangolo", un curioso libriccino, a firma di Paolo Dellachà, ed intitolato "Filosofia del Subbuteo"(127 pagine). È lo stesso autore a spiegare il senso della sua breve monografia: «Questo libro è, a suo modo, un recupero dell'infanzia, perché ha dato a un adulto la possibilità di perdersi in uno di quei discorsi lunghissimi e appassionati che solo ai bambini è concesso fare sui loro giochi preferiti».
Le prime confezioni furono commercializzate solo qualche mese dopo e comprendevano: figure bidimensionali stampate su cartone, da alloggiare su basi di plastica dura (che in realtà, all'inizio, erano...
bottoni riadattati...); due porte in metallo con reti di cartone; due aste in metallo per i portieri; un pallone di dimensione più grande di quelli oggi in uso.
Non c'era il campo da gioco, per il quale occorreva procurarsi una coperta militare, e tracciarvi le righe con un gessetto (incluso nella confezione)...la vera rivoluzione sarebbe avvenuta negli anni Sessanta, con l'introduzione delle miniature tridimensionali in plastica, più basse e stabili delle loro progenitrici, e così efficienti da lanciare definitivamente il Subbuteo nell'olimpo del successo internazionale...vista la difficoltà di soddisfare il mercato continuando ad utilizzare il sistema manuale di stampa, pittura ed assemblaggio, Sir Peter Adolph si determinò ad abbandonare la sua creatura, che nel 1968 fu ceduta alla Waddington Ltd per una cifra decisamente importante...la cessione portò ad una rivoluzione in termini di strategie di vendita e produzione, che consentì al gioco di raggiungere il picco di popolarità degli anni Settanta e Ottanta; secondo dati necessariamente approssimativi, forse sovrastimati per accrescere la leggenda del Subbuteo, nel 1974 il mondo ospitava un milione e mezzo di subbuteisti, cresciuti fino a sette milioni nel 1982».
Dellachà evidenzia – a dire il vero non senza un comprensibile pizzico di malinconia – che il Subbuteo, soppiantato dall'innegabile fascino dei ben più "realistici" videogiochi, è oramai una questione per adulti, e che «i pochi bambini che si appassionano non hanno occasione di praticarlo con gli amici, e perdono quasi subito interesse». Anche perché «il nostro gioco non ha utilità sociale e non rende popolari i suoi campioni al di fuori di una piccola cerchia di ossessionati, per cui è strettamente fine a se stesso».
Eppure, a ben vedere, il suo rapporto con la realtà è ben più concreto di quello che invece possono offrire i suoi omologhi digitali. Esso, rileva sempre lo scrittore genovese, consente al giocatore di interagire in maniera assai più evidente «con le leggi della fisica reali, esplorando la relazione tra la propria sfera interna e il mondo al di fuori, attraverso un dialogo continuo e assorbente»; inoltre offre, a chi lo "pratica", un originalissimo modo di rapportarsi con il trascorrere dei minuti. Osserva infatti argutamente l'autore del libro che «ci sono due contesti in cui il tempo si dilata e si comprime in modo vorticoso e inafferrabile: i film di Cristopher Nolan e gli incontri di Subbuteo. I giocatori di Subbuteo temono il tempo perché quando si perde scorre velocissimo, mentre con un punteggio favorevole ogni lento scatto del timer sembra preludere a una rete dell'avversario, forse due se la prima arriverà abbastanza presto!».
Eppure, esso, costituisce una sorta di "paradigma della libertà". Perché «nessuno gioca senza saperlo e senza volerlo, nessuno può essere costretto a giocare.
Forse quindi si tratta soprattutto di un esercizio di libertà. Anche per questo, al gioco, è solitamente associata una funzione creativa e ricreativa, che tuttavia non pare indefettibile, perché ciò che appaga il giocatore è la libertà insita nella scelta di giocare, non il fatto che il gioco sia spontaneo oppure soggetto a regole e vincoli, che rendano impossibile approcciarlo tanto per fare». Se poi, come sosteneva George Bernard Shaw, continuando a giocare, non si invecchia nemmeno...beh...allora farei meglio a tirar fuori dalla mia cantina il mio polveroso panno verde. Che è ancora ben fissato su una tavola di compensato, ed accuratamente "stirato". Ed a radunare un po'dei miei vecchi amici. Forse questo è proprio il momento giusto per un salutare e nostalgico viaggio verso i giorni più sereni della mia esistenza.
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