Marco Alonzi, musicista sorano, trasferitosi a Firenze per amore della musica. Ma a Firenze lo ha seguito anche l'amore della sua vita…

Quando si è avvicinato alla musica?
«Non conosco il momento esatto, so solo che la musica per fortuna c'è sempre stata nella mia vita. Durante la gravidanza mio padre metteva le cuffie sulla pancia di mia madre per farmi ascoltare Mozart; la mia vecchia casa aveva non so quanti strumenti e così già a otto anni giocavo con la mia chitarrina di plastica e provavo a strappare qualche nota dagli strumenti veri. Mio padre è stato il primo contatto vero con la musica, un po' come Hagrid con Harry Potter, perché aveva la sana abitudine di ascoltare cd tutto il giorno e di qualsiasi genere. Ricordo che durante una sera di pioggia, quando avevo otto anni, tornò a casa e mi fece ascoltare il live dei Led Zeppelin alla Royal Albert Hall: lì decisi che avrei voluto fare solo quello, il musicista. Così mi iscrisse al corso di chitarra classica della scuola comunale di Sora, dove fui seguito prima dal maestro Stefano Spallotta e poi dal naestro Gianluigi Pizzuti. Ancora ricordo quei meravigliosi pomeriggi trascorsi a suonare le canzoni dei Beatles o dei Jethro Tull. Alla fine, però, è arrivato il maestro Donato Cedrone che, facendo promozione alla scuola "Edoardo Facchini" di Sora, mi ha fatto provare il suo violoncello: me ne sono innamorato e da allora ho proseguito gli studi da violoncellista».

Che cosa è per lei la musica?
«Tutto, niente, tutto e niente. È difficile, non so spiegarlo, è impossibile da spiegare».

Qual è la sua formazione musicale?
«Mi sono laureato come violoncellista, quindi ho una formazione classica, ma milito sia in quartetti che in jazz e rock band, spaziando dal violoncello alla chitarra e al basso».

Qual è, quindi, lo strumento che suona più volentieri?
«Non ho in effetti preferenze se non pratiche e dettate dal momento. Sono molto legato sia agli strumenti a corda che al pianoforte. Ora mi sto dedicando agli strumenti a fiato. Più che strumenti preferiti, ci sono strumenti che suono più spesso».

Come mai da Sora si è trasferito a Firenze?
«Per le ottime classi di violoncello, sia a Firenze che a Fiesole, e per le mille attività artistiche e culturali che la città offre. Quello fiorentino è un ambiente molto fervido e virtuoso per quanto riguarda la musica classica, c'è sempre da suonare e da ascoltare, se ne è sazi tutto l'anno. Il conservatorio "Luigi Cherubini" di Firenze offre molte possibilità, dando ampio spazio alle produzioni orchestrali e permettendoci di suonare in contesti grandiosi quali il "Teatro del Maggio", "La Pergola", il "Goldoni", il "Teatro Verdi", "Villa Bardini": trii, quartetti e quintetti meritevoli senza soluzione di continuità. Dal punto di vista didattico è molto formativo, perché la sua formula è quella di prevedere più esperienze di alto livello per qualsiasi allievo. Anche agli studenti di composizione dà molte opportunità, realizzando i loro progetti e promuovendoli in concorsi e rassegne».

Veniamo ora a un aspetto un po' più intimo della sua vita professionale. Risulta che si sia sposato da poco con…
«Alessia, Alessia Lombardi, poetessa e attrice che ho avuto l'onore e il piacere di conoscere tempo fa a Sora, la mia città natia, nella compagnia teatrale "I Colibrì" e da lì… Siamo due artisti che amano e vivono l'arte per amore dell'arte».

"I Colibrì"…
«Per me è una "famiglia performante" e la sua definizione completa è "Libera Compagnia Musicante di Sora". In pratica ci occupiamo di tutto ciò che riguarda le persone più fragili della società, con le note e le parole, con le immagini e la pittura, con la lettura e la recitazione. Molte volte basta poco per trasformare lo stigma in stima, in fondo c'è solo una "g" di differenza… Spesso torno con Alessia a Sora per gli spettacoli con "I Colibrì"».

Con Alessia formate anche un gruppo…
«Sì, i "Crow J & Neptune Mak". Alessia ha scelto "Crow J" per il suo nome d'arte, in omaggio a un personaggio del folklore anglosassone e protagonista di un brano di Nick Cave, il suo artista preferito, Crow Jane, appunto. Per quanto riguarda me, ho deciso di chiamarmi così perché Nettuno è il pianeta del mio segno, Pesci, e "Mak" è il diminutivo con cui sono conosciuto all'interno della mia band, i "Gato Mato"».

In che cosa consiste il vostro spettacolo?
«Il nostro non è un semplicistico spettacolo di poesia con qualsiasi musica di sottofondo: il nostro è un progetto in cui musica e poesia, come nell'antichità, sono un tutt'uno. Ogni poesia ha una parte non scritta, espressa dalla musica: è la classica melologia, una partitura musicale, o poesia sonora, in cui parole e note sono in simbiosi, e quelle parole devono essere accompagnate soltanto da quelle note – come il Persephone o l'Histoire du soldat di Stravinskij, o il Pierrot Lunaire di Schoenberg».

Ha un desiderio recondito?
«Suonare il famosissimo "Violoncello di Ghiaccio"».