Durante l'alto Medioevo tutte le forme teatrali sviluppate a Roma erano scomparse, rimpiazzate da quella che viene definita "teatralità diffusa". Con questo termine ci si riferisce ad un sistema di spettacoli in cui: 1) non esiste più il teatro come edificio ma gli spettacoli si svolgono in luoghi pubblici (la chiesa, la piazza, la strada) oppure in luoghi privati (oratori, sale aristocratiche); 2) la performance è affidata a giullari girovaghi (mimi, istrioni, giocolieri, musici, danzatori, poeti), un eterogeneo insieme di persone che si dedicano professionalmente allo spettacolo; 3) occasioni di esibizione sono per lo più le feste cittadine (su tutti il Carnevale), o quelle private; 4) il repertorio è per lo più fatto di brevi scene farsesche o di giochi e virtuosismi acrobatici.

Fin dai primi tempi del cristianesimo i padri della Chiesa condannano duramente il teatro e i suoi professionisti: un ostracismo intransigente che dura, benché andando scemando, fino a tutto l'VIII secolo. Poi accade che i frati predicatori assimilano le tecniche dei giullari, determinando un'accettazione sociale di questi "turpi" individui (che comunque sapevano fare uso dell'eloquenza e della parola). Perciò, a partire dal IX sec., i tempi sono ormai maturi per un teatro, che parte dalla scrittura, per tentarne una rappresentazione dapprima nelle chiese a beneficio della comprensione dei racconti evangelici: è su queste basi che si sviluppa il dramma liturgico.

Genere del quale lo sponsus è un esempio interessante. Prima opera teatrale nella quale vi sono inserti in volgare, venne composto a metà dell'XI sec. per essere rappresentato alla vigilia di Pasqua nella Guascogna francese. Il suo testo si rifà alla parabola delle vergini (Mt. 25, 1-13), con qualche spunto anche dal Cantico dei Cantici. Anche lo sponsus è legato strettamente alla liturgia, concepito, come del resto le altre opere coeve, per spiegare ai fedeli (con parti recitate ed altre cantate sul fraseggio di quattro melodie diverse) alcuni passaggi particolarmente importanti e ostici delle letture evangeliche.

L'opera si apre con una voce narrante senza nome che spiega l'allegoria della parabola e l'identità dello sposo con Gesù; poi viene raccontata la storia delle cinque vergini sagge e le cinque vergini stolte (chiamate "fatue" – lo si tenga a mente – dall'arcangelo Gabriele); la conclusione vede l'arrivo di Cristo come sposo, che condanna la negligenza delle vergini stolte, le quali vengono prese dai diavoli e portate all'inferno.
Pochi decenni più tardi, Thomas Becket moriva assassinato nella cattedrale di Canterbury il 29 dicembre 1170. Papa Alessandro III, nel 1173, a Segni lo canonizzava santo e martire della Chiesa. E, giunto ad Anagni nel febbraio del 1174, riconsacrava e dedicava al santo il pregevole oratorio sotto la cattedrale della città, il quale dopo quasi ottocentocinquanta anni porta ancora il suo nome.

L'oratorio di S. Thomas Becket si trova sotto la navata sinistra della cattedrale di Anagni. Sulle pareti sono raffigurate scene del martirio del santo e storie della Genesi e dell'infanzia di Cristo, oltre al Giudizio universale, databile tra il 1173 e non oltre il primo quarto del XIII secolo. Nella raffigurazione del giudizio, tra le varie figure, si possono riconoscere in basso le vergini stolte, svestite e afferrate ai polsi da diavoli, capitanati da un Satana che reca un cartiglio sul quale si legge «quid petitis fatue vos» ("fatue", esattamente come nello sponsus); l'arcangelo Michele con la bilancia; l'arcangelo Gabriele e altri angeli; sull'altra parete del giudizio universale sono invece presenti le cinque vergini sagge, recanti in mano dei calici pieni di olio, accompagnate dalle personificazioni dell'umiltà e della superbia. Tra le vergini sagge compaiono Santa Lucia, Sant'Agata e Santa Margherita.

Il caso di un'associazione del tema delle dieci vergini al giudizio universale è raro ma non unico, considerato che vi sono esempi analoghi di affreschi in Francia e in Spagna. La fonte comune di queste raffigurazioni va più correttamente individuata nella diffusione proprio del dramma liturgico sponsus. Dal che, per forza di cose, il dramma doveva essere noto all'autore dell'affresco anagnino, che forse ne aveva visto una rappresentazione, lasciandosene poi ispirare.
Più in particolare, nel "giudizio" dell'oratorio è molto probabile che la rappresentazione delle vergini stolte traduca in immagine le strofe iniziali e finali dello sponsus, che si apre con l'avvertimento dell'arcangelo Gabriele alle dieci vergini di non dormire e si chiude con l'abbandono delle vergini stolte al loro triste destino.
Per saperne di più, si può leggere di F. R. Moretti, La parabola delle dieci vergini nell'oratorio di S. Tommaso Becket ad Anagni, in (a cura di) C. Ebanista e A. Monciatti, Il Molise medievale. Archeologia e arte (Firenze 2010).