«Sono un intrattenitore, non un comico. E gli intrattenitori passano e vanno, a parte Walter Chiari. Anzi, io non lavoro affatto, faccio quel che facevo fin da bambino quando facevo ridere tutta la classe». Dai protagonisti di "Mai dire gol", come Felice Caccamo e Peo Pericoli, alle imitazioni di Josè Feliciano e Ray Charles, fino ad arrivare a Cesare Maldini e Adriano Celentano. "Tutto Teo" è lo spettacolo dell'attore Teo Teocoli, in scena questa sera al teatro Nestor di Frosinone. Lo show inaugura ufficialmente la stagione teatrale 2022-2023, nata dalla collaborazione tra il Comune di Frosinone e Atcl, il circuito multidisciplinare del Lazio, sostenuto dal Ministero della cultura e dalla Regione Lazio, con il contributo della Banca Popolare del Frusinate. Lo spettacolo di Teocoli è un viaggio in cui il pubblico viene immerso nei più divertenti aneddoti della sua vita. Per trascorrere una serata di puro divertimento.

"Tutto Teo" fa tappa a Frosinone. È la sua prima volta nel capoluogo?
«Ho girato tutta l'Italia, anche diverse volte, e Frosinone mi mancava. Mi fa molto piacere venire in questa città per la prima volta. Mi ricordo che alla radio c'era una trasmissione, si chiamava "Il motivo in maschera", e andava in onda la gag "Gallarate e Frosinone". Era una conversazione telefonica immaginaria in cui i protagonisti si insultavano allegramente. Io ho conosciuto questa città così, negli anni 50, e sono molto curioso di vederla».

Tra tutti i personaggi imitati qual è quello che le somiglia di più?
«Un'imitazione che mi sta molto a cuore è quella di Cesare Maldini. È stata la prima. Un triestino con una voce particolare, dai toni quasi innaturali. Questo aspetto mi colpisce molto. L'imitazione fu un boom pazzesco e alla fine scelsi Fazio con il quale poi ho fatto "Quelli che il calcio" e "Che tempo che fa". Ma nel cuore mi rimane sempre "Mai dire gol". Qui ho lavorato con Antonio Albanese, Aldo Giovanni e Giacomo, Gene Gnocchi. Eravamo un gruppo di artisti preparati, soprattutto sportivamente parlando. Facevamo la parodia di queste trasmissioni sul calcio e altri sport. Per me è durata 4 e 5 anni, prima di prendere altre strade».

Dai suoi esordi, come è cambiato il modo di fare spettacolo?
«Io ho cominciato negli anni 60 quando facevo ancora il cantante un po' "sgangherato", perché non conoscevo le parole delle canzoni. Ma ho anche contribuito a far crescere alcuni gruppi come i "Camaleonti" e la "Pfm". E poi c'è Adriano Celentano con il quale sono amico da sessant'anni. Con lui ho fatto tanti spettacoli, soprattutto in televisione. In questi anni non facevo teatro ma l'ospite nei grandi show con Fiorello, Gianni Morandi, Enzo Arbore e Gigi Proietti. Insomma, con i più grandi dello spettacolo. E oggi giro i teatri. Visitiamo le città, andiamo a cena, così come si faceva una volta. In questo abbiamo mantenuto la tradizione. Con il passare degli anni ci si evolve e i tempi ti ricordano quello che poi porti sopra al palcoscenico, in chiave umoristica e comica. Sono cinquant'anni che faccio questo mestiere, forse anche di più. Mi adatto alle situazioni, alle mode. Soprattutto parlo un po' delle mie vicissitudini. E ne ho combinata più di una».

Qual è il segreto per tenere in piedi una carriera così lunga?
«Bisogna avere talento e essere portati. Si nasce per fare questo mestiere. Io non ho mai pensato di fare altro in vita mia. Il mio grande salto è stato il cabaret di Milano con Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Diego Abatantuono, Massimo Boldi, Giorgio Faletti, eravamo tutti lì e abbiamo continuato anche più di dieci anni».

Nel corso degli anni ha avuto modo di conoscere diversi personaggi di rilievo. È noto l'incontro con il pittore Salvador Dalì...
«Io sono uno che fa sempre il simpatico o magari lo sono. E soprattutto non mi vergogno mai di essere invadente. Dalì lo conobbi a Cadaqués, una cittadina poco distante dalla frontiera francese. Allora era un paesino di pescatori e c'era la casa del pittore. Lui era sceso in paese, io lo avvicinai e gli cantai "O sole mio". Abbiamo subito simpatizzato e sono andato molte volte a casa sua. All'epoca aveva novant'anni e la moglie ottanta. Ho avuto l'onore di entrare anche nel suo studio. Vidi che stava realizzando degli elefanti con zampe finissime. Ogni tanto andavo a casa sua e stavano assieme. Roba di altri tempi, degli anni 60, e all'epoca tutto poteva succedere».

Quali sono i momenti più importanti che ricorda e che l'hanno portata a essere l'artista che è oggi?
«C'è stato un momento in cui mi sono fermato, circa trent'anni fa. Non avevo più voglia. All'improvviso mi è venuto in mente di fare dello sport una satira. E insieme agli altri colleghi, già nominati, abbiamo creato la satira sportiva in Italia».