Alatri, località Le Fraschette, un agglomerato di piccoli edifici diroccati, preda della natura sì, ma anche di quella umana: che cosa ci fa un campo di concentramento in Ciociaria? Lo chiediamo alla signora Marilinda Figliozzi, alatrense, da tempo appassionata a questa storia triste, a tratti drammatica, ma anche piena di speranza.

A che cosa è dovuto il suo interesse per il campo di concentramento "Le Fraschette"?
«Più di venti anni fa cominciai a chiedermi cosa avesse racchiuso negli anni quel lungo muro che abbraccia un'ampia zona de Le Fraschette di Alatri. Ero stata coinvolta da Carlo Costantini, ex sindaco e presidente dell'Associazione Nazionale Partigiani Cristiani nelle sue ricerche storiche: aveva vissuto la guerra da ragazzo ma, come tanti, sapeva poco della funzione del campo dal 1942 al 1944. Cercavo soprattutto testimonianze. Nessuno ricordava o quel che mi raccontavano non era inquadrabile nel periodo richiesto. Sembrava che tutti avessero dimenticato, ma il campo esisteva e l'Archivio di Stato, pazientemente spulciato, lo dimostrava. Finché realizzai che, all'epoca, gli uomini erano in guerra e le donne di Alatri non avevano alcun interesse ad arrivare laggiù, in quella valle nascosta e isolata, scelta proprio per questo motivo. Perciò ripresi la ricerca al contrario e iniziai a chiedere agli abitanti di Fraschette e finalmente vennero fuori i primi ricordi. A parlare erano le storie dei nipoti di chi aveva rilasciato fatture per la fornitura quotidiana di pane o per le numerose bare, così come affascinanti erano i ricordi dell'allora giovane don Giuseppe Capone che accompagnava al campo il vescovo Facchini. Pian piano si è ricomposto un puzzle storico che va dal 1942 al 1976, anno di chiusura del campo. Uno studio conclusosi con l'individuazione di tre periodi ben precisi che comprendono non solo settant'anni di storia di Alatri ma, soprattutto, di storia delle nazioni europee e del nord Africa. La ricerca si è delineata ogni giorno più intrigante, ma laboriosa».

Perché nasce e per volere di chi "Le Fraschette"?
«Il campo "Le Fraschette" di Alatri fu inizialmente progettato, in una zona piuttosto isolata, per ospitare prigionieri di guerra e come campo di smistamento per sfollati, solo in un secondo momento fu deciso di utilizzarlo come campo di internamento per migliaia di slavi che venivano deportati per rappresaglia contro l'attività partigiana. La gestione dell'internamento fu affidata all'Ispettorato Generale per i servizi di guerra».
Come si compone il campo?
«Inizialmente il campo, costruito su 24 ettari di terreni espropriati ai contadini, era costituito da 144 baracche in faesite che avrebbero potuto ospitare fino a 7.000 persone. A causa della guerra e di alcuni eventi meteorologici le baracche andarono distrutte o smontate per essere trasportate a Cassino per i gli sfollati della zona. Nell'immediato dopoguerra fu ricostruito in muratura, recintato da due chilometri di muro sul quale insistevano torrette di guardia per le sentinelle armate. Negli anni 60 fu nuovamente ristrutturato per ospitare le famiglie dei profughi italiani».

Ci parla della vita del campo?
«Il campo di concentramento Le Fraschette entrò ufficialmente in funzione il 1° ottobre 1942 per perseguire, attraverso un massiccio trasferimento di popolazione, una "bonifica etnica". Arrivò ad ospitare fino a 5.500 internati, tra cui molti bambini ed anziani, i quali vissero in condizioni disagiate a causa della carenza di cibo, medicinali e vestiario. I primi ad arrivare furono gli anglo-maltesi residenti in Libia, poi iniziò il trasferimento di civili provenienti dalla Venezia Giulia, dalla Slovenia, dalla Dalmazia e dalla Croazia. A questi si aggiunsero alcune centinaia di confinati politici. Subito dopo la fine della guerra il campo fu interamente ricostruito e venne abitato da nuovi "ospiti". Era in queste strutture che il governo italiano aveva disposto l'identificazione e l'internamento dei profughi "indesiderabili": criminali comuni e di guerra, collaborazionisti, ustascia (gli appartenenti al movimento croato di ribellione contro il predominio serbo in Jugoslavia, ndr) e molti altri ancora. A essi si unirono anche esuli istriani, stranieri senza documenti e rifugiati d'oltrecortina ai quali non era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Dagli anni 60 inizia l'ultima parte della storia del campo Le Fraschette. Una storia che è legata alla fine del colonialismo, quando nazioni come l'Egitto, la Tunisia e poi la Libia decretarono nazionalizzazioni ed espulsioni degli immigrati europei. Questa sorte toccò, ovviamente, anche a molti nostri connazionali che vennero ospitati nel Centro Raccolta Profughi di Alatri. Fu in questo periodo, infatti, che il campo Le Fraschette entrò nella sua "terza fase": i capannoni furono ristrutturati e resi più "fruibili", pronti a ospitare famiglie di italiani che vennero rimpatriati, a ondate, per un decennio almeno».

Ci racconta qualche aneddoto relativo a "Le Fraschette"?
«Questa per me è la parte più interessante e anche più divertente della mia lunga ricerca. Scoprire le storie di chi ha vissuto a Fraschette vuol dire studiare e approfondire lo studio della storia per capire perché certe persone siano finite lì. Sono per lo più storie di disperazione e tristezza, ma anche di speranze, di voglia di ricostruire le proprie vite. Un racconto che mi ha molto colpito è quello di Romeo Cini, internato anglo-maltese, riguardante Gaetano Falzon, un bimbo amato da tutti. Una sera del '43 nella mensa del campo, mentre i profughi cenavano, il bambino sfuggì al controllo della madre e correndo cadde in un pentolone di minestra bollente. Trasportato invano all'ospedale di Alatri, morì poco dopo. La cosa più tragica fu che la minestra non poteva andare sprecata e venne regolarmente mangiata. Un'altra storia che mi ha colpito molto, ma qui siamo nel dopoguerra, è quella dei quattro ufficiali processati con Kappler per la strage delle Fosse Ardeatine. Dopo essere stati assolti rimasero per anni a Fraschette, tra l'altro si sposarono nella chiesa del campo. Insieme a loro vivevano altri nazisti, ma anche anarchici spagnoli in fuga da Franco, e spesso venivano alle mani. E ancora tristi storie di esuli istriani che chiedevano asilo ma che chiaramente dovevano essere sottoposti a lunghi controlli e accertamenti. Coinvolgenti le storie dei calciatori della nazionale ungherese che, non volendo rientrare in patria dopo la rivoluzione del '56, chiesero asilo politico e furono ospitati a Fraschette. Altra storia curiosa è quella di Milorad che, in fuga da Tito, visse a lungo nel campo. Essendo un bravo musicista, suonava regolarmente con un famoso complesso di Alatri e, soprattutto, era la prima fisarmonica nel gruppo folkloristico "Aria di casa nostra". Le storie più recenti spesso le ascolto dalla viva voce degli ultimi ospiti del campo: gli italiani cacciati da Tunisia, Egitto e Libia negli anni 60 che si sono ricostruiti una vita partendo da zero. Molti vivono ad Alatri. L'ultimo in assoluto è stato Domenico Occhipinti che, dopo la chiusura ufficiale di Fraschette, si rifiutava di soggiornare nella casa di riposo e per anni tornava, a piedi, tutte le mattine al campo».

Qual è la situazione del campo oggi?
«Dal 1976 è rimasto abbandonato all'incuria del tempo, anche se in molti, in primis l'Associazione Nazionale Partigiani Cristiani, si impegnano per il recupero e la tutela non solo dei luoghi, ma anche della memoria e del vissuto di un luogo che ancora ha molto da insegnare. Nel 2008 da parte della Direzione per i beni culturali del Lazio, è stato riconosciuto il valore storico del complesso imponendone il vincolo di conservazione e valorizzazione. Ma a tutt'oggi è in uno stato fatiscente, mentre potrebbe diventare un luogo della memoria e dei valori della convivenza dei popoli che sono alla base della Europa Unita. Oltre a offrire preziose testimonianze agli studiosi di storia, Le Fraschette potrebbero essere oggetto, se opportunamente restaurate, di visite di scuole e di visitatori interessati. Oggi, a distanza di ottanta anni esatti dall'apertura, l'insegnamento che ci regala quel luogo rischia di esser cancellato per sempre, a causa del degrado e dell'abbandono. I capannoni stanno ormai cadendo a pezzi, i tetti crollano e portano via frammenti di storia, i rovi stanno soffocando la vita vissuta in quel luogo. Anni di storia si stanno lentamente dissolvendo sotto ai nostri occhi».

Esiste un progetto per farne un museo?
«Era il sogno di Carlo Costantini che ha lavorato tanto per poterlo realizzare, ma per riuscirci è assolutamente necessaria l'acquisizione da parte del Comune di Alatri dell'area che risulta ancora di proprietà del Demanio dello Stato. Con l'ANPC ci siamo permessi di avanzare varie idee, accolte dal Comune e sottoposte all'Agenzia del Demanio per un piano triennale di acquisizione. La pratica è ancora in via di completamento, anche perché la burocrazia comporta tanti rallentamenti. Nel frattempo però l'ANPC ha vinto il Bando "Bellezz@ – Recuperiamo i luoghi culturali dimenticati" pubblicato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2016 proponendo alcune azioni tese al recupero, come la realizzazione in una delle baracche, adeguatamente recuperata, del "Museo della Memoria", la sistemazione del recinto murario del campo e la messa in sicurezza e possibile recupero della chiesetta del Campo, che ancor oggi resiste nonostante l'assalto di rovi e i cedimenti di alcune sue parti. La commissione giudicatrice nel 2017 ha ammesso la proposta e assegnato la somma di 500.000 euro, individuando il Comune di Alatri come soggetto attuatore dell'intervento. Attualmente siamo ancora in attesa di una risposta definitiva dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. L'amministrazione comunale alatrense si sta adoperando per avocare a sé l'area delle Fraschette e realizzare il desiderio non solo di tanti cittadini oggi ma, anche, dare voce alle speranze di tutti coloro che hanno conosciuto il Campo in passato e che lì hanno scritto tristi pagine della loro vita». Chi fosse interessato a integrare la ricerca con ricordi, foto, documenti e racconti può scrivere a fraschette.alatri@hotmail.it oppure chiamare il 338.4901414.