Il secondo mandato di Giacinto Scifelli a primo cittadino di Frosinone durò dal 27 novembre 1912 al 29 giugno 1913 quando morì, sessantacinquenne, dopo una lunga malattia che lo aveva tenuto lontano dai suoi obblighi di sindaco fin dal 4 gennaio di quell'anno. Il 29 luglio, un mese dopo la sua scomparsa, la figura di Scifelli fu solennemente commemorata in una seduta straordinaria del Consiglio comunale dall'assessore alla Pubblica Istruzione Pietro Gizzi. 

«Dal luglio del 1907 – ricordò l'assessore – con Scifelli sindaco per la prima volta di Frosinone, l'Amministrazione ha attraversato un periodo di maggiore operosità. Fu proprio durante il suo sindacato che Frosinone passò dai fumosi lampioni a petrolio alla raggiante illuminazione elettrica, vera e propria pietra miliare nell'ascensione della nostra città e, sotto i suoi auspici, sentimmo i primi rombi ansanti delle automobili colleganti il nostro con i maggiori centri d'intorno e con la stazione ferroviaria».

Nei pochi mesi della sua seconda esperienza di governo della città, Scifelli era riuscito, comunque, a predisporre il bilancio preventivo per il 1913 e ad affrontare un'eccezionale epidemia di morbillo che si era diffusa a Frosinone nei mesi di novembre e dicembre del 1912 e che aveva causato oltre 170 casi di infezione, una decina di decessi e un forte aumento della mortalità infantile.  

Intanto dal 17 marzo, data in cui l'assessore Luigi Lattanzi aveva assunto le funzioni di sindaco, la Giunta aveva fatto fronte all'amministrazione cittadina approvando vari provvedimenti come i regolamenti sull'applicazione della tassa sui domestici e sulle vetture pubbliche e private, resa obbligatoria per i Comuni dove si era superato il limite legale della sovraimposta, il completamento dei lavori del cimitero cittadino e l'approvazione del progetto di ampliamento e sistemazione dell'ospedale civico "Umberto I" presentato dall'ingegnere Enrico Scifoni. 

Il 27 agosto il Consiglio comunale venne convocato, in seduta straordinaria, per decidere sulle dimissioni annunciate dall'intera Giunta comunale in seguito alla decisione dei membri della commissione consiliare per i nuovi regolamenti organici della segreteria municipale e dei salariati comunali, di rassegnare il loro incarico. Al termine di un lungo e vivace dibattito la maggioranza dei consiglieri riconfermò la fiducia nella Giunta composta da Giulio Lattanzi, Alberto Vespasiani, Benedetto Pantanelli, Pietro Gizzi, Giuseppe Carboni e Giuseppe Vivoli. Il 19 settembre successivo la questione delle dimissioni dei membri della commissione tornò all'ordine del giorno del Consiglio comunale. Dopo un invito andato a vuoto per far recedere i membri della stessa dalla loro decisione, Lattanzi mise ai voti l'accettazione delle dimissioni che, però, non vennero accettate dal Consiglio.

Ormai fra i trenta consiglieri comunali, tra l'altro tutti appartenenti allo schieramento "clerico-monarchico", si era determinata una frattura insanabile per cui si aprì un'inaspettata crisi amministrativa che solo per l'approssimarsi delle elezioni politiche nazionali del 28 ottobre 1913 non venne ufficializzata. Durò circa tre mesi la stasi dell'attività amministrativa e quando il Consiglio comunale tornò a riunirsi, il 5 dicembre 1913, il sindaco facente-funzioni Giulio Lattanzi informò l'assemblea che la Giunta municipale, nella sua ultima adunanza, aveva deliberato, all'unanimità, di rassegnare le proprie dimissioni e lesse, poi, una dichiarazione a nome della Giunta stessa: «Le elezioni politiche che ci hanno fatto contenere da tempo l'impulso delle nostre coscienze – affermò Lattanzi – hanno, oltre che le aspirazioni di tutta la cittadinanza, premiata e legittimata la sopportazione imposta ai nostri temperamenti. L'evidente dissidio di sostanza e di forma manifestatosi dall'organico degli impiegati comunali fino alla nomina di innocue commissioni, ha determinato delle stasi dannose nella nostra vita amministrativa e ha affievolito l'entusiasmo dell'opera nostra».

Messe ai voti le dimissioni dell'intero esecutivo vennero accettate con 6 voti favorevoli e 5 contrari. Il 29 dicembre successivo il Consiglio comunale elesse ancora una volta sindaco Giulio Lattanzi con 15 voti a suo favore e 8 per il consigliere che ormai era diventato il capo dell'opposizione, Pietro Gizzi. Appena eletto Lattanzi ricordò ai consiglieri che le elezioni generali amministrative non erano lontane per cui si limitò ad accennare, solamente, ad alcuni provvedimenti da affrontare immediatamente come il regolamento per la concessione dell'acqua ai privati, il consolidamento dei contributi per il passaggio delle scuole elementari all'Amministrazione provinciale di Roma e la predisposizione del bilancio preventivo per il 1914. Nella stessa seduta vennero eletti nella nuova Giunta municipale gli assessori effettivi Benedetto Pantanelli, Luigi De Bernardis, Alberto Vespasiani e Giuseppe Vivoli e i supplenti Pietro Valle e Gerardo Carpico. 

La composizione della Giunta irritò buona parte dell'opinione pubblica cittadina: "La Terra Nostra", un nuovo giornale cittadino vicino al gruppo di opposizione, denunciò nel suo primo numero del 2 febbraio 1914, che al governo della città si trovava praticamente tutto lo stato maggiore della Banca Popolare Cooperativa Frusinate. Così scriveva il giornale: «Il sindaco Giulio Lattanzi, cassiere della Banca Popolare; della nuova Giunta fanno parte: 1. Benedetto Pantanelli, suocero del segretario della Banca Popolare; 2. Alberto Vespasiani, sindaco della Banca Popolare 3. Luigi De Bernardis, contabile della Banca Popolare mentre il consigliere comunale e direttore della Banca Popolare, l'avv. Giuseppe Carboni, aveva volontariamente desistito da far parte della Giunta perché aveva subodorato che la sua posizione di direttore della banca, di giudice conciliatore, di assessore comunale, di fratello del deputato ecc. ecc. cominciava a diventare imbarazzante». 

I rapporti tra le due fazioni della maggioranza "carboniana" si incattivirono ulteriormente tanto che in occasione della riunione del Consiglio del 26 marzo, al momento della discussione di un'interpellanza di Pietro Gizzi sulla questione della residenza comunale, nell'aula consiliare esplosero dei veri e propri tumulti. Il consigliere Gizzi nell'illustrare la sua interpellanza, dopo aver richiamato l'importanza e l'urgenza di provvedere a dotare il Comune di Frosinone di una sede degna di un capoluogo di circondario, aveva diffidato il Sindaco e la Giunta dal prendere in affitto il Palazzo Ciceroni, di proprietà della Banca Popolare.

«Voi, Sindaco e Giunta – gridò Pietro Gizzi – contando ben quattro di voi, su sei, direttamente interessati all'economia della banca, non potreste neppure formare la maggioranza legale per procedere a un simile contratto». L'avv. Giuseppe Carboni, direttore dell'Istituto di credito in questione, mentre cercava di confutare le affermazioni di Gizzi, venne bruscamente interrotto dal consigliere che urlò: «Voi state difendendo interessi privati estranei all'amministrazione».

A quel punto scoppiò un primo tumulto che a stento venne sedato dall'intervento del Sindaco. Dopo aver affrontato i primi punti all'ordine del giorno della seduta si passò alla tanto attesa discussione sul regolamento organico del personale della segreteria municipale. Al momento della votazione sull'articolo 28 scoppiò, improvviso, un alterco tra l'assessore Vespasiani e il consigliere Gizzi che coinvolse quasi tutti i presenti. La cronaca degli incidenti venne così riportata dalla "Terra Nostra": «Dei vetri vanno in frantumi, le grida diventano assordanti; molti consiglieri e guardie si lanciano in mezzo riuscendo a non far afferrare i contendenti; e il Sindaco toglie la seduta tra i salaci commenti del pubblico…».

A seguito degli incidenti nell'aula consiliare l'assessore Vespasiani decise di sfidare a duello il consigliere Gizzi e nominò come suoi rappresentanti l'impiegato di banca Agostino Gallina e l'avvocato Luigi Valchera mentre Gizzi si affidò agli avvocati Cesare Bragaglia e Adolfo Brettagna. «Ma non essendosi messi d'accordo i padrini – scriveva "Il Messaggero" di qualche giorno dopo – si è proceduto alla costituzione di un giurì d'onore che ha risolto la vicenda giudicando che il materiale raccolto dalle dichiarazioni dei primi e dai loro rappresentanti non consentiva una partita d'arme ed invitava i signori Vespasiani e Gizzi a stringersi la mano. La pacificazione è avvenuta – concludeva il giornale romano – nelle ore pomeridiane di oggi in una sala del Circolo Angeloni, alla presenza del giurì e delle parti».

La successiva seduta del Consiglio comunale si tenne 18 aprile in un'aula gremita da un pubblico «accorso un poco per la curiosità di assistere a qualche nuovo movimentato episodio, un poco spinto dal desiderio di partecipare all'epilogo della discussione sull'organico degli impiegati e dei salariati». Nel corso della riunione vennero finalmente approvati i due tanto contestati provvedimenti insieme al regolamento per la distribuzione dell'acqua potabile e per il servizio degli acquedotti comunali.

L'imminente tornata elettorale amministrativa fu oggetto, alla fine del mese di giugno, di due articoli del giornale "La Terra Nostra": «Siamo in alto mare – era scritto nel primo – le elezioni amministrative a suffragio allargato stanno scombussolando il paese e i mestieranti ne traggono profitto, mentre i partiti ne escono sconquassati. Non ci sono più distinzioni di pensiero o di azione; le elezioni sono diventate come una corsa, si dà la partenza e via all'impazzata per arrivare al traguardo. Chi arriva arriva; nella vertigine del correre i colori non si distinguono più. I democratici di ieri – scriveva ancora il giornale – sono i nazionalisti di domani, i moderati battuti diventano rivoluzionari; certi massoni vanno in chiesa a recitare il "confiteor" e qualche prete muta il tre-pizzi col triangolo, illuso che l'occhio di Dio è sempre rappresentato così».

Nel secondo articolo dedicato alle elezioni comunali, il giornale nella rubrica "Cronaca di Frosinone" scriveva che «in quanto alle nostre elezioni se ne sono dette e scritte di cotte e di crude: c'è chi afferma che non ci sarà lotta; chi dice che è già venuta una riconciliazione fra l'opposizione e la cosiddetta maggioranza; chi conosce perfino i nomi dei candidati dell'una e dell'altra lista, con l'inclusione di preti in tonaca, di vecchi arnesi, di avvocati dall'accento non prettamente ciociaro. La verità è che nessuno ancora ne sa niente di preciso…». 

Le elezioni amministrative, che si tennero il 19 luglio, si svolsero secondo la nuova legge elettorale che aveva allargato il numero degli aventi diritto al voto e, in quella occasione, a Frosinone si tornò al rinnovo completo del Consiglio comunale dopo quasi venticinque anni di avvicendamenti parziali. Alla competizione parteciparono due liste, una formata dagli amici del sindaco uscente Lattanzi e, la seconda, dal gruppo di dissidenti passato all'opposizione con Pietro Gizzi nell'ultima fase della consiliatura.

Al termine di una campagna elettorale molto accesa prevalse di gran lunga la prima delle due liste e il nuovo Consiglio comunale si riunì, per la prima volta, l'8 agosto per procedere all'insediamento degli eletti). In quella seduta, che si tenne all'indomani del 29 luglio 1914, data dell'inizio della Prima guerra mondiale, prese per primo la parola Giulio Lattanzi, che presiedeva l'assemblea, per auspicare che «nel momento torbido e triste che sta attraversando l'Europa, all'Italia sia risparmiata la necessità di una guerra sanguinaria ed in caso contrario che la stella d'Italia possa sempre risplendere di vivida luce e che l'antico valore delle armi italiane possa assicurare il trionfo del nostro diritto e la grandezza della patria».

Pochi giorni dopo, il 13 agosto, il Consiglio tornò a riunirsi con all'ordine del giorno l'elezione del Sindaco e della Giunta comunale. Nonostante avesse disertato la riunione, Giulio Lattanzi venne rieletto sindaco con 21 voti a favore e 6 schede bianche e vennero nominati anche gli assessori effettivi nelle persone di Alessandro Kambo, Benedetto Pantanelli, Alessandro Renna Iannini e Alberto Vespasiani e come supplenti Vincenzo Tesori e Pietro Valle. Il Sindaco, che nonostante il successo elettorale non prendeva più parte alle sedute consiliari, rassegnò più volte le sue dimissioni ma il Consiglio comunale le respingeva sistematicamente.

La situazione di sospensione dell'attività amministrativa si trascinò fino al 14 ottobre quando il Consiglio fu chiamato a decidere sulle ennesime dimissioni di Lattanzi e di tutti i suoi assessori per "impellenti private ragioni" ma, in realtà, per il fallimento del tentativo di dar vita a una coalizione tra le due tendenze che si erano manifestate tra i trenta consiglieri comunali. Al termine della seduta il Consiglio prese atto della volontà espressa dal Sindaco e dagli Assessori e con 23 voti favorevoli e uno solo contrario. Un ultimo tentativo di ricomporre i contrasti interni al partito "carboniano", per cui si era rinviata la nomina del nuovo esecutivo, si rivelò inutile e il 17 novembre il Consiglio elesse, con 12 voti favorevoli e tre schede bianche, un nuovo sindaco nella persona di Alessandro Renna Iannini, appartenente a una famiglia di grossi possidenti legata al passato Stato pontificio, e una Giunta comunale, completamente rinnovata, con gli assessori effettivi Gerardo Carpico, Walter Ceci, Cesare Marchioni e Luigi Scifelli, e i supplenti Giovanni Fontana e Vincenzo Tesori, quasi tutti, come il Sindaco, di orientamento clericale.  

La debole soluzione della crisi amministrativa, conclusasi con il consenso di soli 12 consiglieri comunali su 30, fu ampiamente commentata da un nuovo giornale apparso a Frosinone il 22 novembre 1914: si trattava del "Grido della Folla", firmato da Augusto Grandi che era stato l'ultimo direttore del "Popolano" di cui intendeva raccogliere l'eredità politica.

Il giornale, tra l'altro, scrisse nel suo primo numero che «data la fisionomia del Consiglio comunale, il sindaco non poteva essere che Iannini o Ferrante, ambedue clericali, e che la scelta andò per il primo dei due. Comunque una cosa è certa – sosteneva ancora il giornale – ed è sentita da tutti: che cioè il signor Iannini non sembrava affatto l'uomo che possa risolvere la grave crisi in cui si dibatte l'Amministrazione di Frosinone, per il suo carattere timido e riservato, incapace di qualsiasi iniziativa e di qualsiasi energica azione». 

L'articolo del "Grido della Folla" si chiudeva con la chiamata in causa del deputato Vincenzo Carboni «nel cui nome e nel cui programma politico, sono state fatte le due ultime lotte politiche» e che «avere a qualunque costo o con qualsiasi sacrificio i suoi fautori a capo delle Amministrazioni del collegio, è stato sempre l'unico programma politico dell'on. Carboni, poco curante poi se questi cari amici sono preti o liberali, democratici o conservatori. Così l'interesse amministrativo del povero Comune è stato posposto a quello personale dell'on. Carboni». Il 20 dicembre successivo lo stesso giornale dette notizia che solo pochi giorni prima, dopo lunghe esitazioni, Iannini aveva prestato giuramento: «Abbiamo così – sottolineava "Il Grido della Folla" – un sindaco clericale, fiancheggiato da tre assessori clericali e tre assessori indifferenti a qualsiasi credo politico, tutti amalgamati, però, dalla fede carboniana».