Cantautore di strada, il frusinate Roberto Camilli è un fine musicista che attinge copiosamente dal nostro dialetto per diffondere ballate accattivanti che strizzano l'occhio a un country molto attuale.

Quando ha incontrato la musica?
«A casa si è sempre ascoltata buona musica ma la vera svolta è stata una chitarra che papà mi ha regalato. Era, ed è tuttora, un'amica alla quale confidare le mie paure, le mie incertezze, i miei problemi e le mie gioie. Poi lei trasforma tutto in…canzoni».

Qual è stata la sua formazione musicale?
«Sono un autodidatta ma devo molto a un mio vecchio maestro, Giuseppe Di Ruzza, il quale capì che sebbene non amassi studiare la musica avevo una voglia incredibile di cantare e suonare».

Compositore, cantante, chitarrista: qual è la sua attività preferita?
«Non sono un chitarrista, sono un cantautore, la chitarra mi serve per accompagnarmi quando canto e, a volte, preferisco addirittura non suonare, per concentrarmi meglio sulla voce. Scrivere una canzone è qualcosa di magico per me, è come un parto spontaneo che non ha bisogno di complessi ragionamenti a tavolino. Le note e le parole fluiscono naturalmente e riempiono magicamente le pagine pentagrammate degli spartiti. Se vuoi lasciarti trasportare dalla magia non devi cercare di capire il trucco, altrimenti l'emozione svanisce».

Quali sono i temi che porta in piazza?
«Le mie canzoni parlano di libertà, di uguaglianza, di amore, di pace ma, anche, di problemi sociali e di morte, temi che cerco di affrontare con ironia e sagacia paesana. Mi rendo anche conto che una canzone non basta per scongiurare una guerra…».

Si definisce anche "burattinaio": perché?
«Perché sono un burattinaio! Nel 1976 mio padre mise su una compagnia teatrale per ragazzi e poi, verso la metà degli anni 80, la convertì, coinvolgendomi, al teatro dei burattini, un mondo fantastico di grande fascino per i bambini. A proposito di papà… devo molto a lui, perché oltre a favorirmi tante conoscenze nell'ambiente artistico mi ha fatto conoscere e apprezzare la bellezza del dialetto. Non è un caso che molte mie canzoni adottino testi in ciociaro».

Ci parli dei suoi dischi…
«Dopo "Diario di bordo", al quale sono affezionato perché è il mio primo disco e frutto della collaborazione con tre miei cari amici musicisti (Fabio Riccitelli, Luca Zangrilli e Yuri Mafferi, ndr), nasce "Omaggio al poeta" circa dieci anni dopo la morte di Paolino Colapietro. È una raccolta di otto poesie musicate e un dvd che ritrae il poeta stornellatore, cantastorie e umorista nelle piazze, scuole e teatri di Frosinone e provincia. Ho avuto il piacere e l'onore di lavorare con lui accompagnandolo con la chitarra nelle sue esibizioni e mi ha trasmesso il piacere di stare davanti al pubblico e, soprattutto, di improvvisare. Un omaggio doveroso a un grande personaggio della cultura ciociara».

Poi "Il Rabdomante"…
«Preceduto da "Il cerchio magico", un disco di canzoni questa volta in italiano. "Il Rabdomante" è una raccolta di canzoni i cui testi sono poesie dialettali di Giuseppe Alessio Di Sora, Attilio Taggi, Paolo Colapietro e Antonio Camilli, tutti artisti rigorosamente della nostra terra».

Ecco, la "nostra terra": come considera, da artista, Frosinone?
«Ci sono tante compagnie teatrali e musicali, ma il loro lavoro è sempre sorretto da associazioni culturali, quindi da privati. Quello che manca a Frosinone è una sede comunale attiva, dove si possa fare musica, teatro, danza, pittura e incontri, solo così si può far crescere una città in maniera sana e intelligente».

E invece da cittadino?
«I problemi di Frosinone sono visibili a tutti. È una città in cui non si può passeggiare, in cui le piazze sono usate come parcheggi, in cui manca l'aggregazione sociale che crea il tessuto umano della grande città. Il senso di cittadinanza, poi, è ulteriormente penalizzato dalla desertificazione del centro storico: il 90% dei locali è chiuso da anni e i residenti, quelli che resistono, sono in gran parte anziani. Chiudere al traffico e riaprire i negozi del centro storico significherebbe dare lavoro ai giovani e a tutti il piacere di tornare a vivere la città».

Ha un sogno nel cassetto?
«Ho sempre sogni da realizzare e se non si realizzano non importa, l'importante è averli sognati. Più che un sogno, una bellissima realtà è invece vedere mio figlio Eduardo suonare la chitarra e frequentare il conservatorio, con indirizzo tecnico del suono. Quando si abbraccia la musica la vita diventa più divertente, più interessante, più allegra e soprattutto più armoniosa».

Roberto Camilli si congeda dai lettori di Ciociaria Oggi lasciandoci un quesito insolubile: utilizza il dialetto per diffondere le sue musiche o utilizza le sue musiche per divulgare il nostro dialetto?