Se l'entrata dell'Italia nella prima guerra mondiale era stata contrassegnata a Frosinone dalle distruzioni del grande terremoto marsicano del 1915, le ultime fasi del lungo conflitto coincisero con l'arrivo nella città, nei mesi di settembre e ottobre del 1918, di una nuova e tremenda epidemia, molto più grave di tutte le precedenti: la "Spagnola". Il nuovo morbo, rispetto al colera del 1884 che non aveva fatto vittime a Frosinone, fu molto meno documentato nonostante la "strage" che fece tra i frusinati in quanto, da tempo, erano scomparsi i giornali locali per la mancanza di carta e la partenza per il fronte dei direttori e dei redattori e, comunque, certe notizie non dovevano circolare per non rovinare, nei primi mesi del dopoguerra, il clima di esaltazione generale per la "grande vittoria".

In realtà la "Spagnola", che fece almeno cinquanta milioni di vittime in tutto il mondo, non aveva niente a che fare con la Spagna; al morbo venne dato quel nome solo perché, non essendo la nazione iberica coinvolta nel conflitto mondiale in corso, i giornali di quel Paese non soggetti alla censura militare furono i soli a informare che, da mesi, nei vari fronti di guerra fra i soldati ammassati nelle trincee, in condizioni igieniche terribili, si andava diffondendo una gravissima epidemia. Si venne poi a sapere che in realtà il virus della "Spagnola" aveva iniziato il suo corso nei campi d'addestramento delle truppe americane nel loro Paese ed era arrivato in Europa nella primavera del 1918 con i soldati dell'esercito U.S.A. sbarcati in Francia per partecipare alle ultime fasi della guerra.

Dalle trincee e dai campi di battaglia il contagio si era poi rapidamente diffuso, con il ritorno dei soldati alle loro case, in quasi tutti i paesi europei. La malattia, che in Italia provocò la morte di circa 600.000 persone, per lo più bambini e giovani adulti (20-40 anni), si manifestava bruscamente "con lieve catarro dal naso" ed era caratterizzata "da senso di molestia alla gola, da stanchezza, da dolori vaghi in tutto il corpo". Seguivano rapidamente "febbre alta preceduta da brivido e accompagnata da forte mal di capo, arrossamento degli occhi che mal sopportavano la luce, la tosse stizzosa, molte volte la perdita di sangue dal naso".

Al suo arrivo la pandemia "Spagnola" trovava le popolazioni in una condizione di debolezza e di prostrazione dovuta ai lunghi anni di guerra ed anche strutture sanitarie al collasso con buona parte dei medici, degli infermieri e dei farmacisti ancora al fronte mentre mancavano le medicine e i generi di prima necessità per i malati e i convalescenti. L'epidemia, che arrivò a Frosinone sul finire dell'estate del 1918, trovò la città del tutto impreparata ad affrontare quell'emergenza in quanto le sue condizioni, soprattutto dal lato igienico, non avevano fatto molti progressi rispetto a quelle denunciate da giornalisti e scrittori, italiani e stranieri, che, verso la fine dell'800, l'attraversavano durante i loro viaggi tra Roma e Napoli. 

Uno di loro per esempio, Rolando Sarsi, sulla "Gazzetta Italiana Illustrata" così descriveva lo stato del centro urbano alla fine del secolo XIX: «La squallidezza di certe case in alcune strade è cosa da far strabiliare un abitante del ghetto, e mi pare di aver con ciò detto tutto. Si vedono certi covili, certe topaie appuntellate, sorrette da muri friabili come la creta, coperti da tetti con travi con tanto di pancia al di sotto e zeppi di creature che escono alla luce del giorno da buchi, da larghe screpolature che non si possono chiamare porte e quasi tutte le vie sono strette, affogate, sudice, coi muri scrostati, affumicati, luridi con i vicoli che colano ogni sorta d'immondezza». 

La città nei primi anni del 900 si presentava ancora nelle stesse condizioni: a poco erano serviti i provvedimenti adottati per risolvere i problemi relativi all'igiene cittadina a partire dall'approvvigionamento idrico del centro urbano. L'impianto della Macchina della Fontana di Via Mola Nuova, già dall'indomani della sua installazione, aveva cominciato ad avere problemi per i frequenti guasti tecnici al macchinario sollevatore e al canale portatore e per i danni provocati al ponte-acquedotto e alla conduttura dalle frequenti alluvioni del Cosa.

La Macchina poi, spesso rimaneva ferma, anche per lunghi periodi, a causa delle secche estive del fiume e delle sorgenti per cui il mancato arrivo dell'acqua nella città rendeva inutilizzabili le fontane, i lavatoi e gli abbeveratoi e, soprattutto, impossibile ogni intervento efficace per il funzionamento del sistema delle fognature e il lavaggio delle strade. Anche quando l'acqua corrente riusciva ad essere pompata in città essa costituiva, comunque, un serio problema per la salute cittadina in quanto non sempre risultava potabile alle periodiche analisi batteriologiche.

La già pesante situazione era aggravata dall'inesistenza di un'efficiente rete fognante e ancora dall'assenza, nella maggior parte delle case, dei "cessi" mentre le decine di orinatoi pubblici nelle strade e nelle piazze del centro solo raramente venivano lavati e disinfettati. Quelle condizioni della città, che si protrassero inalterate ancora nei primi decenni del 900, erano la causa delle periodiche esplosioni delle più varie malattie infettive, con un bilancio complessivo di decine di morti per la massima parte bambini: negli anni tra il 1901 e 1904 e, poi, nel corso del 1910 ripetuti contagi riportarono all'ordine del giorno la necessità di istituire in città un ospedale per i "tignosi". Sempre nel 1910 e ancora nel 1911, quando in tutta Italia si diffuse una nuova epidemia di colera, gli amministratori comunali con una serie di misure preventive riuscirono, come era già avvenuto nel 1884, a impedire che Frosinone dovesse contare vittime tra i suoi cittadini.

La situazione rimase immutata negli anni della vigilia della prima guerra mondiale fino a che tutta la città, proprio negli ultimi mesi del 1918, rimase sconvolta per i lutti provocati dalla "Spagnola" che praticamente colpirono ogni nucleo familiare e per le difficoltà create dai provvedimenti di chiusura delle scuole, degli uffici pubblici e delle chiese e di sospensione del mercato del giovedì. Il cimitero comunale, intanto, si andava rivelando del tutto insufficiente ad accogliere un numero così elevato di defunti tanto che si dovettero costruire in tutta fretta, addossati alla chiesa e ai muri di cinta, i primi loculi a più piani per accogliere le salme dei colpiti dall'epidemia insieme a quelle dei soldati che nelle stesse settimane venivano riportate a Frosinone dai fronti di guerra.

Si lamentò ad un certo punto anche la mancanza di legname per la costruzione delle bare per le vittime dell'epidemia e si dovette ricorrere all'abbattimento dei cipressi dello stesso cimitero comunale per ricavarne il materiale necessario. In quei mesi tutto il personale del Comune fu impegnato ad assistere in ogni modo la popolazione; i salariati, in particolare, vennero impiegati nella costruzione di un lazzaretto di baracche di legno al Borgo S. Martino, nei pressi dell'Ospedale civico, e anche al ripristino, nella parte bassa della città, di alcuni vecchi casali isolati che già in passato erano stati utilizzati come lazzaretti per ricoverare i colpiti dalle ricorrenti epidemie.

Il Comune investì, nelle settimane successive, molte risorse per garantire la salute cittadina con pulizie straordinarie "post-spagnola" del centro urbano e l'acquisto di calce per la disinfezione della Caserma "Guglielmi" e del Distretto militare. Quando il 4 novembre arrivò in città la notizia della fine della guerra mondiale, annunciata dalle campane della cattedrale di S. Maria suonate a festa, fu accolta, naturalmente, con grande sollievo dalla popolazione frusinate che, però, debilitata dalle privazioni e dai lutti degli anni di guerra e spossata dalla "Spagnola", si fece coinvolgere relativamente nelle "celebrazioni della Vittoria" e nelle cerimonie che si susseguivano in Piazza della Libertà per la consegna delle croci di guerra alle vedove e agli orfani dei Caduti.

Quegli "assembramenti patriottici", in aperta contraddizione con quanto prescritto dalle autorità sanitarie nazionali per evitare contagi causati di ogni genere di affollamento, furono all'origine, a Frosinone come in tutta Italia, di una "seconda ondata" dell'epidemia e della ripresa della mortalità. Il 20 dicembre 1918 si riunì, in sessione straordinaria, il Consiglio comunale al quale parteciparono sedici consiglieri, finalmente in numero legale come non avveniva dal lontano 7 agosto 1915.

Il sindaco Ferrante, aprendo i lavori, così si rivolse ai consiglieri: «On. Colleghi: mi gode sommamente l'animo nel vedere qui riuniti tutti a rendere gli omaggi di devozione e di amore che la Città deve ai gloriosi suoi martiri della guerra. Prendo con vera commozione la parola e vi chiedo l'inversione dell'ordine del giorno e di consacrare questa seduta solenne esclusivamente ai nostri concittadini caduti. L'Amministrazione gelosa custode di tali sentimenti e dell'alto patriottismo che fu onore sempre di Frosinone – disse ancora il Sindaco – crede necessario che un Monumento ricordi gli illustri caduti, attesti la immutabile riconoscenza cittadina, sia monito alle generazioni che godono nella pace e nel lavoro i frutti di tanti sacrifici e di tanta gloria».

Prima di chiudere la seduta nel corso della quale nessun cenno venne fatto alle penose condizioni delle famiglie frusinate colpite dalla "Spagnola", il sindaco propose la realizzazione di un Monumento ai Caduti di Frosinone della Grande guerra da sistemare al "Giro dei cavalli". Per l'esecuzione dell'opera, che il Sindaco suggerì di affidare all'arch. Cesare Bazzani, era necessario lo stanziamento di un primo fondo di almeno 7.500 lire mentre una somma analoga era da raccogliersi fra la cittadinanza. Il Sindaco informò pure che la famiglia del compianto Norberto Turriziani aveva chiesto al Comune di poter collocare, a proprie spese, una statua, anch'essa opera dell'arch. Bazzani, nel largo già intitolato al Caduto.

Il Consiglio con un applauso caloroso approvò entrambe le proposte. Nei giorni successivi cominciarono ad arrivare i primi segnali del ritorno a una qualche normalità della vita cittadina dopo la cessazione dello stato di guerra con il ripristino completo dell'illuminazione elettrica che era stata limitata sin dall'ottobre del 1916 e con l'epidemia che sembrava avviarsi al suo superamento invece si riaffaccerà in città nel corso del 1919 e del 1920 facendo nuove vittime. Intanto un primo bilancio, effettuato alla fine del 1918, aveva fatto registrare a Frosinone un numero di morti addirittura superiore a quello dei soldati caduti nei quattro anni di guerra: furono, infatti, più di 300, fra cui oltre 100 bambini di età inferiore ai sei anni, a morire fra il settembre e l'ottobre di quell'anno a causa della "Spagnola" portando la mortalità a Frosinone da una media annuale di 250 decessi a un picco, nel 1918, di 546 su una popolazione complessiva di non più di 13.000 abitanti.

Le vittime di tutta la guerra furono invece 191: 34 erano morti nel 1915, 55 nel 1916, 36 nel 1917, 54 nel 1918 e altri 12 negli anni immediatamente successivi in conseguenza di ferite o malattie mentre tra quelli che riuscirono a tornare si contarono a centinaia i feriti, i mutilati e gli ammalati. Ancora per diversi anni le salme di militari di Frosinone, caduti nei vari fronti di guerra, dopo essere stati finalmente identificati, continuarono ad arrivare alla Stazione ferroviaria di Frosinone per essere avviate, dopo una notte di permanenza nella vicina chiesa della Sacra Famiglia, al Cimitero comunale per essere sepolti assieme alle vittime degli ultimi contagi della "Spagnola", la più grande delle pandemie della storia seconda solo alla "peste nera"del 1300.