"Libro bagnato, libro fortunato"... beh, forse non è esattamente così. Ma un nuovo luogo comune si può sempre battezzare. Perché, come le scarpe, non sono mai abbastanza. E poi, ieri,alla presentazione pomeridiana dell'ultima fatica letteraria (ops, e dai con i luoghi comuni) di Massimo Roscia pioveva a dirotto. Eppure al Caffè Minotti di Frosinone c'erano un po' tutti, gli amici di sempre e quelli nuovi, il sindaco Ottaviani, ma anche giornalisti e...insomma, tutti. Massimo Roscia ha presentato in prima nazionale il suo nuovo libro "Peste e corna", edito ancora una volta da Sperling & Kupfer, la storica casa editrice del gruppo Mondadori. Un libro che arriva dopo gli straordinari successi del romanzo "La strage dei congiuntivi"(Exorma, 2014) e del divertente saggio "Di grammatica non si muore"(Sperling & Kupfer, 2016), che ha portato Massimo ad affrontare una lunghissima tournée (con outfit di ordinanza, ossia total black che, come si sa, non è cosa per tutti) e oltre quindicimila copie vendute. E, se chi trova un "lettore", trova un tesoro, fatevi i conti voi. E Massimo al Caffè Minotti non ha deluso i suoi affezionati, raccontando in una sorta di aperitivo "diffuso" il perché di questo nuovo libro. Lo ha fatto a modo suo, serio e guascone, ma sempre osservatore disincantato di una società con i suoi limiti e le sue iperboli. Le frasi fatte, le espressioni idiomatiche, i luoghi comuni, le metafore logore e gli altri modi di dire che tutti usano e di cui molti abusano. Ma un libro sui luoghi comuni è un libro comune? «Osservazione corretta così come quando dico "odio le frasi fatte" è essa stessa una frase fatta». Il libro come sempre è lontano da un ingabbiamento schematico di tipo tradizionale. La lettura è agile e divertente, ma citazioni, aneddoti e riferimenti culturali spuntano ovunque. Un libro da leggere "senza se e senza ma".
Massimo, continui a raccontare la società solubile attraverso ciò che essa produce lessicalmente. Il tuo è cinismo tout court o una speranza di redenzione linguistica?
«Né l'uno né l'altra. È lo spirito di un osservatore obiettivo. La lingua è lo specchio della società.Noi ci riflettiamo in quello che diciamo e in come lo diciamo. Occorre un po' più di amor proprio, intendendo amore perla nostra lingua. La lingua è patrimonio culturale, amiamola un po' di più. Che vi ha fatto di male l'italiano?».
Il luogo comune è un posto in cui si incontra la saggezza o la banalità di un popolo?
«Sta a noi saperci muovere tra ciò che è saggezza e ciò che è racconto del passato, ciò che è società o usi e consuetudini più che legittimi. Il rischio è dato dalla frequenza d'uso e dalla consapevolezza necessaria per non scadere nella banalità espressiva. È uno strumento come un'automobile. Può essere guidata nel rispetto dei limiti del codice della strada o fuori giri a trecento all'ora. Usiamo questa macchina che è il nostro patrimonio lessicale, usiamola bene con tutte le marce, sfruttandone anche le potenzialità che a volte lasciamo in garage. E soprattutto evitiamo di falsificare le patenti. Il luogo comune diventa "verbo" «in tutti gli aspetti della società. In questo è longitudinale. Infatti nel libro il raggruppamento tematico è stato dato dall'omogeneità di argomentazioni. L'utilizzo di frasi fatte è una cosa normale, più che lecita. Se utilizzate con consapevolezza e senso critico ci evitano la fatica di pensare qualcosa di originale, di assumere atteggiamenti troppo assertivi, quando non sappiamo che dire, quando vogliamo rompere il ghiaccio. Ad esempio in ascensore, cosa fai? Ti lucidi le scarpe, guardi l'etichetta sulla capienza o te ne esci con una battuta sul tempo. È salvifico: "Fa caldo oggi, eh?" E l'altro risponde: "No, non è tanto il caldo ma l'umidità". Dialoghi già scritti, insomma, ma attenzione a non abusarne».
E un luogo comune sulla politica?
«Uno su tutti, un mantra che ci propinano nella convinzione di intortarci: "Non esistono più cittadini di serie A e di serie B". Ci abbiamo passato tutta la prima, la seconda e la terza repubblica. Sulla cultura invece quello che li batte tutti è, davanti a un film d'auto re: "Il film è bello, ma il libro è un'altra cosa". Molto radical chic».
E in amore?
«Lì è tutto lecito. Lascio libertà di espressione, anche sulle frasette mielose. C'è deroga, una sorta di licenza poetica, o meglio sentimentale».
Insomma "ammesso e non concesso", bisogna dirlo: questo libro spacca.