Ci ha atteso davanti alla chiesa della Sacra Famiglia a Frosinone dove è vicario parrocchiale. Approfittando della giornata di sole e dovendo rispettare le dovute misure anti-covid ci siamo seduti all'esterno. I parrocchiani quando lo hanno visto si sono fermati per un breve saluto, contenti di vederlo con il suo primo libro in mano. Un libro frutto della sua tesi e soprattutto dell'esperienza vissuta nei quartieri della periferia di Roma e durante il servizio pastorale con la Comunità di Sant'Egidio accanto a persone con disabilità fisica, psichica, socialmente svantaggiate.

Il messaggio di don David Gómez Valdés, nato a La Habana, Cuba, nel 1988, è chiaro: dalle persone con disabilità si ha tanto da imparare. E don David che si è avvicinato a Dio quando vide per la prima volta Papa Giovanni Paolo II nella storica visita a Cuba nel gennaio del 1998 si è arricchito della presenza e della vicinanza degli anziani e delle persone con disabilità, tra cui il sacerdote che è stato la sua guida spirituale negli anni in cui ha cercato di avere conferme sulla sua vocazione. Sono ormai nove anni che don David è in Italia, prima a Roma e poi a Frosinone, nella chiesa della Sacra Famiglia.

La sua tesi di licenza in Teologia Dogmatica alla Pontificia Università Urbaniana conseguita nel 2019 si è incentrata proprio sulle persone con disabilità per una rilettura della vulnerabilità in prospettiva teologica. Il suo scritto è ora sulle pagine della sua prima opera a cura della casa editrice BookSprint Edizioni. La nostra chiacchierata con don David è iniziata conoscendo il suo percorso che lo ha portato a lasciare tutto nel giorno della sua laurea e a raggiungere l'Italia per iniziare il suo cammino che lo ha portato oggi ad essere per tutti don David.

Quando ha capito di voler diventare sacerdote?

«Avevo nove anni quando Papa Giovanni Paolo II venne a Cuba. In famiglia nessuno sapeva chi fosse, nessuno sapeva cosa fosse la Bibbia. Nessuno era credente in Dio. Io sono rimasto affascinato nel seguire in tv questo evento. Avevo visto per la prima volta Fidel Castro indossare abiti civili, giacca e cravatta. Il vestito elegante era ammesso per la laurea e nel giorno del matrimonio. Invece erano tutti eleganti e io mi chiedevo "chi è quell'uomo che è riuscito a far fare questa eccezione". Pian piano capii che era una persona importante. Parlava di Dio, della Bibbia. E io non sapendo cosa fosse la Bibbia domandai a mia nonna, che non seppe rispondermi però. Lì la mia curiosità e soprattutto voglia di leggere quel libro sono diventati sempre più forti. Iniziai così a frequentare la chiesa, il catechismo, feci la Prima Comunione. Ma la vera consapevolezza venne qualche anno più tardi, durante il servizio militare».

In Italia è arrivato nel 2012…

«Dopo la discussione della tesi nella facoltà di Storia all'Università dell'Avana, ho fatto le valigie e sono partito, avvertendo solo all'ultimo momento la mia famiglia e i miei amici. Non è stato semplice ma era quello che volevo».

A Roma è entrato a far parte della Comunità di Sant'Egidio…

«Molte volte di sera raggiungevamo le persone in strada per dare loro del cibo, ma anche per dialogare, per trascorrere un po' di tempo insieme. Come diceva Gesù "c'è più gioia nel dare che nel ricevere". Proprio quello che ho capito ancor di più durante quegli incontri. Ogni settimana sono stato insieme, poi, agli amici della Casa Famiglia di Viale Quattro Venti a Roma, agli amici con disabilità del Laboratorio d'Arte della Comunità di Sant'Egidio di Torpignattara-Centocelle. Proprio l'amicizia con i poveri e soprattutto con le persone con disabilità che ho conosciuto a Roma, grazie alla Comunità di Sant'Egidio, e che ho imparato ad amare ha arricchito la mia vocazione sacerdotale. Come ha detto Papa Francesco ai partecipanti al convengo promesso dal Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione nel 2017, impariamo a superare il disagio e la paura che a volte si possono provare nei confronti delle persone con disabilità. Impariamo ad accompagnare queste persone perché crescano nella fede e diano il loro apporto genuino e originale alla vita della Chiesa».

Un messaggio che vuole lanciare?

«Vorrei puntualizzare, come scrivo nel libro, due cose basilari: la prima che Dio si è fatto vulnerabile, la seconda che la vulnerabilità appartiene all'essenza dell'uomo. Di fronte al problema dell'insicurezza e della precarietà esistenziale la persona con disabilità appare come promessa e stimolo, colui che finora veniva considerato "deficiente" si rivela come uno capace e abilitato dal suo vissuto umano a insegnare come sì può vivere pur nella fragilità e nell'apparente incertezza esistenziale».