Fotogrammi fulminanti e coinvolgenti fin dall'inizio, da quel cielo sopra Roma in cui, appesa a un elicottero, viene avanti una statua del Cristo Lavoratore. Roma immersa tra materialismo e misticismo mentre una porta di calcio tra i ruderi morti e muti dell'acquedotto romano. Nella sequenza che si avanza è di estrema suggestione l'immagine/fotogramma in cui l'elicottero col Cristo si staglia come in uno specchio/coscienza sulla facciata laterale bianca di un condominio. È la Roma dei grandi palazzi in costruzione, dei nuovi quartieri, la Roma anche di Accattone (1961) e della selvaggia speculazione edilizia. Della piscina con le sue sacerdotesse in costume. Le voci sovrastate emblematicamente e metaforicamente dal rotore dell'elicottero.

Come l'incipit di un cinegiornale che ci racconta di una feroce gerarchia sociale ordinata per gironi. Siamo ora nel locale notturno dove Marcello Rubini si aggira con fare indifferente e annoiato. È proprio in uno scambio di battute fra lui (Marcello Mastroianni) e Maddalena (Anouk Aimée) che troviamo la cifra più giusta ed essenziale per comprendere un po' di più il personaggio dell'indolente giornalista aspirante scrittore, una sorta di vitellone trapiantato in città: (Maddalena) «Vorrei vivere in una città nuova e non incontrare più nessuno!», (Marcello) «A me invece Roma piace moltissimo...è una specie di giungla tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene!».

È Rubini che parla, ma la voce somiglia anche un po' a quella di Fellini. Quando Maddalena e Marcello andranno via dopo una notte passata sul letto della prostituta ai Cessati Spiriti, è assolutamente e disperatamente stridente il contrasto fra il lusso della macchina e l'alienante anonimato del cemento di un caseggiato che intorno ha solo il vuoto in una selva di ultimi... «In quei grami caseggiati dove si consuma l'infido ed espansivo dono dell'esistenza»: che foto/parole/versi straordinari di Pasolini! C'è un'immagine molto bella di Fellini che mostra ad Anita Ekberg (Sylvia nel film) come atteggiarsi a diva nello scendere la scaletta dell'aereo.

Tutto l'episodio della Ekberg rappresenta nel film uno spaccato vivo e palpitante di storia e di costume.
Ci parla di un'Italia che ha ancora tanta fame e che ha ancora dolorosamente aperte le ferite della guerra.
Il sesso, la carne, «Evviva la Svezia!», la folla dei fotografi che le fanno ripetere l'apparizione/parto dal ventre dell'aereo, rappresentano un incredibile e rivelatore impasto di quella antropologia che è tanta parte del film, reazione storica ed esistenziale a un prima. Il rango del divo è quello di un regnante o di un capo di stato: all'aeroporto, ad accogliere l'attrice, ci sono una pizza enorme e i carabinieri in alta uniforme.
Non manca nulla. Poi, dopo, anche le pecore e le galline a parlarci dell'Italia in un'altra maniera, mondo rurale e mondo industriale. Lo stereotipo dell'Italia in cartolina nelle parole di Marcello Rubini al produttore Scalise: «La portiamo a San Pietro e poi al Quirinale, coi corazzieri!».

Sylvia è la sacerdotessa dai riti moderni e pagani allo stesso tempo. Il suo ululato nella campagna all'inizio del suo girovagare con Marcello. Il suo cercare il latte per il gattino: «Piccolo gattino italiano, hai fame?». Mi piace ricordare un'altra sequenza magica prima di quella, celeberrima, nella fontana di Trevi: Sylvia che si aggira nei vicoli notturni con il gattino sulla testa in una Roma non disabitata ma muta e metaforica testimone.
«Marcello, vieni !»: Sylvia sotto l'acqua della fontana è tornata al momento della creazione a metà donna carnale e a metà Grande Madre che provoca in Marcello un'altro profondo momento di riflessione e di autoanalisi: «Sì, ha ragione lui, sto sbagliando tutto, stiamo sbagliando tutto...Sylvia, ma chi sei?».

Cessa anche il flusso dell'acqua in una sorta di irreale sospensione spaziotemporale. Straziante e ricca di attese. E non a caso in tutto questo tripudio di sensualità la macchina da presa inquadra l'assoluta solitudine di Emma (Yvonne Fourneaux), la fidanzata di Marcello, che ha da poco tentato il suicidio in un corridoio vuoto come cunicolo d'anima. Un rapporto stanco e usurato che l'uomo definisce di "abbrutimento". Diverse le parole che rivolge a Sylvia: «Tu sei la prima donna del primo giorno della creazione...sei la madre, la sorella, l'amante, l'amica, l'angelo, il diavolo, la terra, la casa...». Sylvia è la novità, la fuga, la promessa al buio, il soddisfacimento di un'altra fame. Fino a quel finale senza (apparente) speranza di riscatto e risalita. Quando Rubini non riesce a comprendere le parole che Paola (una giovanissima Ciangottini) gli rivolge da lontano.