E meno male che non contavano più, che la trasformazione in enti di secondo livello aveva tolto alle Province la centralità politica, che l’indubbia riduzione di competenze e risorse ne aveva diminuito il ruolo.
Neppure il fatto di attendere l’esito referendario costituisce un elemento di riflessione politica. Perché se dovessero vincere i sì, allora le Province non sarebbero più enti di rilevanza costituzionale (resterebbero di area vasta), mentre se a prevalere fossero o no si aprirebbero scenari al momento non ipotizzabili.
Fatto sta che l’8 gennaio si voterà per il rinnovo dei dodici consiglieri provinciali. Il Partito Democratico punta ad eleggerne sei, contando poi su Area Popolare (ne esprime due e conta di confermarli) per avere una maggioranza nella quale non ci sarebbe più posto per Forza Italia. Francesco De Angelis e Mauro Buschini hanno serrato le file all’interno della loro componente, unitamente a Sara Battisti. Gli altri leader (da Francesco Scalia a Nazzareno Pilozzi, senza dimenticare il segretario Simone Costanzo) faranno la stessa cosa.
Mario Abbruzzese, consigliere regionale e numero uno degli “azzurri” sta cercando di mettere insieme una lista unitaria del centrodestra, con l’obiettivo dichiarato del sorpasso (7-5) per costringere Antonio Pompeo a due anni di coabitazione che metterebbero in forte difficoltà il Partito Democratico.
Poi c’è la lista civica del Partito Socialista, nella quale si candiderà pure Alessandro D’Ambrosio, consigliere provinciale “ribelle” del Pd, che fa riferimento all’esponente regionale Marino Fardelli.
Insomma, un caos che per adesso è (relativamente) calmo, ma che tra qualche settimana promette di diventare pirotecnico.
Sicuri che le Province non contino più?