“I Still Do”, lo faccio ancora, è il titolo dell'ultimo album di Eric Clapton, chitarrista tra i più influenti nel panorama blues e rock. Già il titolo è una dichiarazione d'intenti che mette le cose in chiaro: “Slowhand”, come è soprannominato, torna dopo parecchi anni a regalarci materiale inedito. Il disco, dodici tracce in tutto (quattordici, se si considera l'edizione limitata), si compone infatti di brani inediti e cover.

Ci sono classici come “Alabama Woman Blues” e “Cypress Grove”, oltre alla canzone tradizionale “I'll Be Alright”, brani più sostenuti (ma sempre di matrice rock/blues) come “Can't Let You Do It” di JJ Cale e “Little Man You've Had a Busy Day”. I brani scritti da Clapton stesso sono due: “Spiral” e “Catch The Blues”; il primo è una ballad soffusa e distorta, il secondo ha un groove vagamente latino-americano, sostenuto dalle frasi di chitarra tra una strofa e l'altra e la voce delicata ma sporca del settantunenne di Ripley.

Da segnalare, in “I Will Be There”, un duetto con il compianto George Harrison, ex Beatle: la registrazione originale risale a circa venti anni fa; grazie alla magia della tecnologia, Clapton e il produttore Glyn Johns sono riusciti a riportare in vita, anche se solo per qualche minuto, l'autore di classici come “Something” e “Here Comes The Sun”.

L'album, nel complesso, non sfigura: certo l'ispirazione non è più quella di quando “Slowhand” suonava con i Cream, o di quando iniziava la carriera da solista. “I Still Do” è un disco pacato, soft, quasi di musica da camera: niente più riff distorti alla “Layla” o alla “Bad Love”, per capirci, ma il lavoro piacerà di sicuro a tutti i nostalgici del Mississippi blues e di quel rock acido che ha reso Clapton famoso in tutto il mondo e che fa di lui uno dei numi tutelari della chitarra da circa cinquant'anni a questa parte.