Milano, 15 set. (Adnkronos Salute) - Quando si convive a vita con una malattia è senz'altro difficile star dietro alle prescrizioni e alle indicazioni dei medici senza avere mai un cedimento. Gli italiani come se la cavano? Tendenzialmente non ancora bene, in particolare al Sud. E a seguire meno le terapie sono le donne, salvo eccezioni per poche malattie che sono proprio terreno 'rosa'. Il gap femminile - e altri aspetti legati al consumo dei farmaci e all'impatto che possono avere le condizioni socioeconomiche e il livello di istruzione - emergono dall'analisi contenuta nell''Atlante delle disuguaglianze sociali nell'uso dei farmaci per la cura delle principali malattie croniche', presentato oggi a Roma dagli esperti dell'Agenzia italiana del farmaco Aifa.

Dall'analisi delle principali malattie croniche nel loro insieme, "si può concludere come i livelli medi di aderenza e persistenza al trattamento farmacologico calcolati a livello nazionale siano in generale poco soddisfacenti, anche se per entrambi gli indicatori si osserva un gradiente decrescente Nord-Sud". In altre parole, al Sud si è meno aderenti alle cure prescritte dai medici e si fatica di più nella continuità. Ma spicca in particolare il dato delle donne che "in generale" risultano "meno aderenti rispetto agli uomini per tutte le categorie terapeutiche analizzate, ad eccezione dei farmaci antiosteoporotici".

Un aspetto che ha voluto evidenziare anche il direttore generale dell'Aifa, Nicola Magrini: "In una recente intervista", ha detto il Dg, introducendo i temi toccati dall'Atlante, ultima fatica di Osmed (Osservatorio nazionale sull'impiego dei medicinali), il filosofo "Salvatore Veca citava Norberto Bobbio rispetto al fatto che la condizione delle donne in una società rimane alla fine l'indicatore principale del grado di maggiore o minore civiltà che contraddistingue istituzioni, pratiche sociali e modi di convivere nel tempo fra le persone. Penso che anche questo possa essere parte della discussione, essendo uno dei differenziali sociali più che economici" che pesa sull'uso dei farmaci.

Per quanto riguarda l'aderenza, si legge nel report, "le categorie terapeutiche con una percentuale maggiore di soggetti aventi alta aderenza sono gli antiosteoporotici, sia per gli uomini che per le donne, con livelli pari a circa il 70%, e i farmaci per l'ipertrofia prostatica benigna per gli uomini (circa 62%). Livelli estremamente bassi (anche inferiori al 25%) si registrano per i farmaci per l'ipotiroidismo (19,1% per gli uomini e sempre più bassi nelle donne, ferme all'11,4%) e per il morbo di Parkinson (22,9% per gli uomini e 18,3% per le donne).

Relativamente alla persistenza, la percentuale di soggetti ancora in trattamento farmacologico a 12 mesi dall'inizio della terapia supera il 50% solo nel caso dei farmaci antipertensivi, ipolipemizzanti e antidemenza negli uomini, e nel caso dei farmaci antidemenza e antiosteoporotici nelle donne. "Anche per questo indicatore", ancora una volta "per le donne si osserva una minore persistenza al trattamento rispetto agli uomini", evidenziano gli autori del rapporto.

I numeri descrivono bene il gap uomo-donna: per esempio, per gli antipertensivi l'aderenza scende dal 57,8%, che è il dato registrato negli uomini, al 48,5% delle donne. La persistenza a 12 mesi nelle terapie scende dal 54,2% maschile al dato femminile del 45%. Il copione si ripete per quasi tutte le altre malattie prese in considerazione, compresa la Bpco (per gli uomini aderenza al 36,1 e persistenza al 23,7%, per le donne 30,5 e 18%) e il diabete (negli uomini aderenza al 37,6 e persistenza al 43,2%, nelle donne 31,6 e 36,8).

Particolarmente significativo il caso delle dislipidemie, che si presentano con maggiore frequenza nelle donne e nei soggetti con basso titolo di studio. Nonostante il dato epidemiologico, si rileva un "minor consumo nelle donne, che invece dovrebbero essere maggiormente interessate" dalla condizione, e ciò "potrebbe suggerire inappropriatezza dovuta a sottotrattamento, oppure un livello di gravità della patologia inferiore e tale da non richiedere l'approccio farmacologico". Ma sul rispetto delle prescrizioni di nuovo spicca il dato rosa più basso: "Le misure di aderenza e di persistenza al trattamento a livello nazionale sono superiori al 50% negli uomini (rispettivamente 51,9 e 51,8%); sono evidenti valori bassi soprattutto tra le donne (40,5 e 43,4%) e nella popolazione più deprivata.

A livello nazionale si rileva che "l'aderenza e la persistenza sono maggiori nelle aree meno deprivate, tuttavia nella maggior parte dei casi l'interpretazione dell'andamento è resa difficile dalla notevole variabilità che si osserva all'interno delle regioni, non essendoci un gradiente univoco tra i terzili di deprivazione all'interno delle singole regioni. Inoltre, a differenza di quanto si verifica per il tasso di consumo, rimuovendo l'effetto della deprivazione i livelli di aderenza e persistenza non si modificano". Verosimilmente, "le differenze potrebbero essere spiegate da altri fattori quali: comportamento prescrittivo del medico nella scelta della terapia, differenti caratteristiche cliniche dei pazienti, differenze nella presa in carico dei pazienti cronici e diverse politiche di assistenza farmaceutica a livello locale".