Roma, 7 gen. (Labitalia) - "L'auspicio è che il cinquantesimo compleanno dello Statuto dei Lavoratori non si traduca, semplicemente, in un nostalgico 'amarcord' della gloriosa stagione delle conquiste sindacali, ma rappresenti, piuttosto, l'occasione per costruire finalmente un quadro di tutele moderne della persona che lavora in uno scenario (tecnologico ma anche demografico e ambientale) che ha poco a che vedere con quello degli anni Settanta del secolo scorso". Lo dice, ad Adnkronos/Labitalia, Michele Tiraboschi, giuslavorista, docente all'Università di Modena e Reggio Emilia e coordinatore scientifico di Adapt, la scuola fondata da Marco Biagi.

"Del resto, se pensiamo alle norme cardine della legge 300/1970, e cioè al collocamento come funzione pubblica, alla tutela della stabilità del posto di lavoro mediante il concetto di reintegrazione e al sostegno in chiave promozionale del sindacato confederale, lo Statuto dei lavoratori è già profondamente cambiato. Non però in funzione di una nuova visione del lavoro che cambia. Piuttosto sotto i colpi di una deregolazione strisciante ed episodica che mette bene in evidenza i limiti di un quadro legislativo frammentario e senza un progetto politico e sindacale coerente con la più recente evoluzione della economia e della società", osserva Tiraboschi.

E "se con la legge 300 i diritti entravano nelle fabbriche oggi il lavoro si è spostato prevalentemente al di fuori, nel terziario e nei servizi di prossimità alla persona, nelle piattaforme e negli spazi di co-working, mentre ancora del tutto assente è quello che Marco Biagi aveva chiamato, per primo, il diritto dei disoccupati e di quanti sono ai margini del mercato del lavoro", rimarca Tiraboschi.

Riflettere sui cinquant'anni di Statuto, per questo, sottolinea Tiraboschi, è "una questione che non può interessare solo gli addetti ai lavori". E gli interventi di riforma degli ultimi anni, dal superamento dell'articolo 18 in materia di licenziamenti alla deregolazione della disciplina sulle mansioni e sugli strumenti di controllo dei lavoratori, "testimoniano quanto la lettura ancor oggi prevalente del mondo del lavoro sia quella del Novecento industriale, fatto di prestazioni di lavoro subordinato soggetto al potere direttivo di un datore, con precisi vincoli di luogo e di orario e valorizzate economicamente all’interno di un mercato che in ultimo è quello del tempo di lavoro", dice.

Oggi, invece, dobbiamo affrontare fenomeni del tutto diversi, a partire, spiega il professore, da "un'organizzazione del lavoro che tenta di rispondere il più rapidamente possibile alla domanda di prodotti e dei servizi personalizzati, con notevoli conseguenze sulla durata e sulla organizzazione dei cicli produttivi". E, ancora, prosegue, c'è "un lavoro che si esercita in forme intermedie tra lavoro autonomo e lavoro subordinato; uno che si svolge sempre più spesso senza precisi vincoli fisici di orario e di luogo; uno che, in definitiva, si sposta da un mercato del tempo verso un mercato che apprezza e valorizza economicamente le professionalità e le competenze dei lavoratori".

Questo ci obbliga ad affrontare in maniera diversa dal passato il tema del cosiddetto precariato. Questo però non significa, avverte, "negare la difficoltà di descrivere e individuare i rapporti di forza nel lavoro post-fordista e nemmeno negare una delle funzioni storiche del diritto del lavoro, ben rappresentata dallo Statuto dei lavoratori, ossia l’affermazione e la difesa di alcuni valori fondamentali, in particolare quello del lavoro per la dignità della persona (aspetti che fanno dello Statuto una legge di grande attualità)".

"Significa piuttosto osservare che il mondo del lavoro attuale manifesta bisogni ulteriori e talvolta diversi rispetto a quelli degli anni Settanta. I processi di transizione tra lavoro, formazione, riqualificazione, rendono insostenibili e insufficienti gli attuali sistemi di welfare e di tutele pensate principalmente per difendere il posto di lavoro, e al massimo avanzando una ancora acerba prospettiva di ricollocazione da posto a posto", spiega il professore che poi cita il suo maestro, Marco Biagi.

"Biagi diceva che il lavoratore contemporaneo, più che titolare di un posto è un collaboratore che opera all'interno di un ciclo. E da questa osservazione nasceva il concetto di lavoro 'a progetto', cosa diversa dal lavoro 'a tempo determinato', con vincolo cioè meramente temporale e non dato da un obiettivo", aggiunge Tiraboschi.

"Ciò non vuol dire sacrificare i diritti acquisiti a favore di una liberalizzazione selvaggia del mercato del lavoro, bensì garantire alla persona che lavora un sistema di tutela e di promozione della sua professionalità in grado di rispondere al bisogno di un lavoro non tanto stabile, quanto continuo, nel corso delle diverse transizioni professionali", precisa.

"In questo senso, lo Statuto dei lavoratori mostra tutti i suoi anni e diventa insufficiente a tutelare e promuovere il lavoro tout-court, in tutte le sue forme attuali. Dal nuovo lavoro precario nella economia dei lavoretti fino alle moderne professionalità rese possibili dalla tecnologia passando per tutte quelle aree grigie di lavoro senza mercato (tirocini, lavoro di cura, lavoro domestico) che sono in grande crescita", aggiunge Tiraboschi.

"Tutelare solo una piccola quota (in diminuzione) di lavoratori perché non si vuole vedere il cambiamento in atto sarebbe un torto a chi ha pensato allo Statuto come strumento in grado di supportare i lavoratori del suo tempo. Oggi lo scenario è molto più complesso e frammentato di allora e siamo all’interno di una transizione della quale intuiamo solo le caratteristiche", osserva.

"Per questo, la sfida principale è discutere insieme a tutti gli attori in gioco, non solo quelli tradizionali, di questa trasformazione per rifondare un paradigma del lavoro che, difendendone il valore supremo, lo declini senza gli schemi di ieri, guardando all’oggi. Senza timore di scoprire che alcune categorie che ci sembravano fondamentali siano pian piano diventate incapaci di leggere la realtà", conclude.