Riecco la "banda". Quella vista spesso in azione lo scorso anno in giro per i campi della serie A. Quella che nella notte di Verona contro il Chievo spezzò le ali alla rincorsa di Ciofani & Co. verso una clamorosa e possibile salvezza. Quella nascosta dietro i torbidi giochi di potere del calcio italiano lasciato nelle mani, a beneficio di chi manovra le ricche sostanze dei diritti televisivi, di un tipo più vicino alle fattezze di un faccendiere di basso rango che a quelle di un avveduto manager capace di governare la complessità della moderna industria dell'intrattenimento globale che è il football. La "banda" non perdona. E le titubanze di Stirpe verso la governance di uno che campava vendendo i suoi libri alla Lega Dilettanti che presiedeva, vengono punite senza sconti.

Sanno bene, dalle parti di via Allegri, il pericolo che rappresenta questo modello di efficienza tutta ciociara di una società capace di "fare" mentre gli altri "dicono". Sanno bene, in quelle stanze piene di inciuci, quanta forza c'è dietro un progetto solido e di sostanza che non ha bisogno di padrini e sponsor occulti. Meritavamo e meritiamo rispetto. Si "respect". Quella parola che unisce le maglie dei calciatori e quelle degli arbitri. Che insieme dovrebbero trasmettere prima di tutto questo valore. Al pubblico degli stadi. A quello universale delle tivù ormai collegate da ogni angolo del pianeta. E invece le decisioni arbitrali di lunedì e di ieri ad Ascoli tolgono quattro punti alla classifica del Frosinone. Al netto di tutte le considerazioni critiche pur legittime, in entrambe le gare, per non averle chiuse prima nonostante una chiara superiorità tecnica e tattica.

Quattro punti pesantissimi che a noi, non avvezzi a teorie complottiste o ai facili piagnistei, sembrano il primo tributo della sacrosanta crociata anti-Lotito del presidente Stirpe, culminate con le dimissioni dal direttivo di Lega di serie B. Tre indizi univoci e convergenti bastano per una prova? Si parte dal rigore negato contro l'Avellino. Fallo nettissimo di D'Angelo su Dionisi che stava per ribattere in rete di testa a porta vuota un tiro di Terranova respinto dalla traversa. Si arriva all'extra-time di Ascoli. Finiscono i quattro minuti di recupero. L'arbitro concede altri inesistenti sessanta secondi in più senza alcuna segnalazione. Non solo. L'azione della rete giunta all'ultimo respiro è viziata da un fuorigioco di Perez che quando riceve palla da Favilli è alle spalle dell'ultimo canarino Ariaudo. L'azione andava fermata prima che l'attaccante scuola Juve ricevesse l'assist vincente dallo stesso Perez.

Tre indizi, una prova e quattro punti sottratti ad un sogno sul quale nessuno deve provare a mettere le mani. Questa volta, per il Respect, vero e incondizionato che nutriamo nei confronti dello straordinario pubblico che questa squadra si è guadagnata con sudore e sacrificio, la voce vogliamo alzarla noi. E lo facciamo prima che sia troppo tardi. Senza attendere le determinazioni della società. In questo senso, spesso troppo dimessa e remissiva. Troppo elegante in un sistema dove chi "governa" e chi "fischia" in campo vive spesso la dimensione poco limpida di un destino comune. Questa volta non ci stiamo. Insieme a tutti quelli, come noi, maledettamente legati ad una magnifica storia. Che potrebbe ripetersi. Ma su cui nessuno può pensare di mettere le mani.