Una luce sul passato per illuminare il presente. Scrivere libri di storia è una passione che ha sviluppato da diversi anni. Dopotutto il piglio e la curiosità giornalistica sono un continuo stimolo all’indagine e alla conoscenza. Soprattutto delle cose e dei fatti che si vanno spegnendo come una candela consumata e che rischiano di cadere definitivamente nell’oblio.

Maurizio Federico, per autorevolezza, per produzione scientifica e per impegno può essere, senza ombra di dubbio alcuno, considerato lo storico ufficiale della città di Frosinone. Un riconoscimento ancor più meritato se si considera che Federico da sempre si autofinanzia gli studi e la stampa dei libri che scrive.

Sta per uscire, nell’ambito del progetto “Archivio della Memoria” della biblioteca comunale “Norberto Turriziani”, “Frosinone alla fine dell’Ottocento” che ricostruisce la storia politica e sociale della città tra l’Ottocento e il Novecento dall’annessione al Regno d’Italia all’attentato a Re Umberto I.

Maurizio, da dove nasce l’idea di scrivere questo libro?

«Nasce dal desiderio di riempire un vuoto storiografico. Il periodo, infatti, 1870-1900 è trattato solo in maniera appena accennata. Nessuno aveva studiato in modo approfondito quel trentennio per cui ho pensato di andare a sviscerare in maniera approfondita quegli anni».

Quali sono i tratti salienti di questa pubblicazione?

«Il libro è composto da 320  pagine, corredato da 280 illustrazioni, molte delle quali inedite. Durante le mie ricerche ho scoperto all’emeroteca nazionale di Firenze una messe incredibile di giornali stampati a Frosinone. A fine Ottocento erano 25 ed è un dato incredibile se si considera che Frosinone all’epoca era un centro di neanche 10.000 abitanti dei quali un buon 80% era analfabeta. C’era un vita politco-sociale-sociale molto vivace. Fatte le debite proporzioni, era molto più avanzata quella piccola società di fine Ottocento che non quella di oggi».

C’è qualche episodio particolare dell’epoca degno di menzione?

«Direi di sì. Su tutti cito la cacciata dalla città da parte del fiero popolo frusinate stremato dalle tasse e dalla mancanza di mezzi per il sostentamento di tre ministri del Regno, uno dei quali durante la fuga si ruppe una gamba, e la cacciata di un prefetto che venne inseguito per tutta l’attuale viale dell’America Latina, mentre cercava di raggiungere la stazione per prendere il treno per riparare a Roma».

Meglio la Frosinone di fine Ottocento o di oggi?

«Con dei distinguo quella di fine Ottocento. Dal punto di vista politico e sociale meglio quella di fine Ottocento: c’era maggiore vivacità, personaggi di alto profilo. Dal punto di vista sociale c’erano tanti problemi che sono stati, poi, superati con le conquiste dei decenni successivi».

Uscendo un po’ dal seminato, tu sei un esponente storico della sinistra. Come sta la sinisra oggi in Italia e a Frosinone?

«Male. Molto male. Oggi la sinistra non esiste più. È un mare magnum indistinto. Quando mi dicono tu sei di sinistra come Scalia e Marini resto un po’ basito. Se questi sono di sinistra io sto oltre la sinistra exraparlamentare».

In ultimo, cos’è Frosinone per Maurizio Federico?

«È la mia città, il luogo dove sono nato e dove ho scelto di rimanere, nonostante abbia avuto tante occasioni di andare via. È un posto che ha parecchi problemi ma che amo più di tutti con un amore vero, perché è facile amare una donna bella, più difficile una con qualche  difetto».