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"Quelle maledette bombe": la Seconda Guerra Mondiale nel ricordo dei superstiti

Alcuni protagonisti dell’evento curato dalla consigliera comunale delegata alla cultura Valeria Parente

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"Quelle maledette bombe": la Seconda Guerra Mondiale nel ricordo dei superstiti

Coreno Ausonio

Le storie di Michele Lavalle, Vito Coreno, Antonio Ruggiero, Mariano Coreno e Cesare Ferrelli. I primi tre sono prigionieri di guerra nei campi di concentramento in Russia, in Sudafrica e in Germania. Gli ultimi due, poco più che bambini all’epoca dei fatti. sono fortunosamente sopravvissuti alle bombe e alla barbarie del secondo conflitto mondiale. Le loro storie sono state raccontate a Coreno Ausonio in occasione dell’appuntamento curato nei dettagli dalla consigliera comunale delegata alla Cultura, Valeria Parente che ha voluto fortemente l’evento.

Toccanti, difficile da trattenere la commozione di chi ha raccontato e di chi ha ascoltato. Chiara Lavalle ha riportato la storia del nonno Michele Lavalle, scomparso nell’aprile scorso, che ha annotato su un diario quei tristi mesi: “Quando lo chiamavamo il 22 gennaio per fargli gli auguri di compleanno, lui ci rispondeva sempre: il compleanno mio è il 16 Novembre, perché la Madonna mi ha salvato dalla fucilazione. Assegnato prima dei vent’anni all’84esimo reggimento, reparto fanteria, divisione Firenze, è rimasto nell’accampamento dell’esercito italiano in Montenegro per circa un anno e mezzo. Ma dopo l’armistizio, gli ufficiali del suo battaglione iniziavano a contrattare con gli eserciti locali per cercare di tornare in patria. Vana la speranza che dall’Italia partisse un’operazione di recupero dei soldati per via aerea. A quel punto il comando decise di allearsi con il movimento partigiano. E durante la battaglia di Sjenica, nonno e i suoi compagni furono fatti prigionieri dai fascisti albanesi e tedeschi. Era il famoso 16 Novembre 1943. Con gli occhi pieni di lacrime, raccontava sempre di aver visto i suoi compagni morire fucilati davanti ai suoi occhi. Ha dovuto marciare da prigioniero tra i cadaveri dei suoi amici senza poter soccorrere il sottotenente Pisa Antonio che era ancora vivo e in fin di vita invocava sua madre. Aveva rischiato altre volte la vita durante le battaglie, ma quella volta la morte era certa. Pensava di essere morto e invece l’ultimo soldato fucilato era quello giusto prima di lui. Dopo è iniziato il periodo di prigionia, in Serbia, in Russia e infine in Polonia. Finalmente il giorno di Pasqua del 1945, l’offensiva russa gli ha portato la libertà. Il viaggio di ritorno è stato lungo e travagliato, ma alla fine, dopo anni passati lontano da casa e dalla famiglia, il 15 Ottobre, nonno è tornato sano e salvo nella sua amata Coreno”.

Macchiato di sangue dei suoi compagni, tanto da risultarne nascosto, e per questo salvo, Vito Coreno che a 96 anni, aiutato dalla nipote Rosamaria, ha raccontato lucidamente i 30 mesi di prigionia a Città del Capo, tra fame e pericolo di morte continua. Offre un punto di vista inedito del 25 aprile 1945 l’appunto di Antonio Ruggiero sul “passaporto temporaneo per stranieri” (strano modo di chiamare il documento che identificava i prigionieri a Berlino), da poco ritrovato in un cassetto della sua casa. La nuora Nilla lo ha trascritto per la memoria collettiva di Coreno: “barbari tedeschi” definisce i suoi aguzzini, ma non gioisce all’arrivo dell’armata russa quel giorno, perché la sua prigionia terminerà solo alcune settimane dopo. Una rassegnazione al male e alla morte, nelle sue parole, che ha colpito il pubblico.

Questo accadeva ai soldati fatti prigionieri, ma non meno rischiosa era la vita sotto le bombe di chi era rimasto al paese e aveva rifiutato di allontanarsi, almeno all’inizio, prima di “sfollare” nell’Italia già liberata dagli alleati.

Mariano Coreno, soli sei anni, ricorda di aver gettato una pietra ad un tedesco che voleva portare via lo zio e di essere stato “graziato” inaspettatamente dalla morte certa. Allo stesso destino di morte è scampato Cesare Ferrelli, anche lui un ragazzino, costretto a vivere la lunga notte della battaglia di Vallaurea in un rifugio rimasto illeso per miracolo. I cavalli, che conduceva, furono invece dilaniati dalle bombe lanciate dal cielo.

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