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Inquinano e scappano. Valle del Sacco e mucche morte alle discariche
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Inquinano e scappano. Valle del Sacco e mucche morte alle discariche

Inquinamento

Il caso valle del Sacco finisce sulle pagine della rivista l’Internazionale. Con un ampio servizio a firma della giornalista Marina Forti l’inquinamento in Ciociaria torna d’attualità. Un inquinamento che, pur assurto agli onori della cronaca negli ultimi anni, è piuttosto datato nel tempo. L’Internazionale è andata indietro nel tempo fino agli anni Settanta, agli anni del boom economico quando le campagne dell’alto Frusinate lasciavano campo all’industria grazie anche ai capitali della Cassa del mezzogiorno. Poi andata via la Cassa, iniziata la crisi economica, è arrivata la desertificazione industriale con tutte le conseguenze del caso.

A cominciare dai problemi ambientali e dalle bonifiche. Con il paradosso che, arrivati gli industriali con la Cassa del mezzogiorno, fuggiti per la crisi, la bonifica del territorio ora è a carico dei cittadini. Quando ci sono le risorse. E quando non ci sono - come è il caso di molte amministrazioni locali - si confida nell’aiuto dall’alto, leggasi il Sin, il sito di interesse nazionale nel quale è inclusa la valle del Sacco.

C’è stata poi una parentesi con la retrocessione del sito a regionale, ma poi grazie a un ricorso al tribunale amministrativo è tornato Sin. L’Internazionale parte da quel (non tanto) lontano 29 luglio 2005. È il giorno in cui vengono trovate morte le mucche abbeveratesi nel rio Mola Santa Maria, un affluente del Sacco. Sotto accusa finisce il cianuro, scaricato abusivamente nelle acque. Nella c’è un altro problema: è il beta-esaclorocicloesano (il b-Hch) trovato nel latte degli allevamenti. La sostanza allora viene tracciata dalle analisi in 36 aziende comprese tra Colleferro, Segni, Gavignano, Anagni e Sgurgola.

«Il b-Hch veniva di là - si legge nell’articolo - e non era un residuo di pesticidi agricoli bensì un sottoprodotto dell’industria chimica insediata da decenni a Colleferro». Ed è sempre del 2005 l’inclusione della valle del Sacco nel sito di interesse nazionale del bacino del Sacco. Segue l’istituzione di un commissario speciale e l’avvio della mappatura dell’area. I cittadini residenti in prossimità del fiume vengono sottoposti ad esami. Sui terreni spuntano i cartelli triangolari gialli con il divieto di consumo e di coltivazione.

«Oltre dieci anni dopo - argomenta ancora l’Internazionale - il bacino del Sacco è ancora disseminato di discariche e siti contaminati». Nell’articolo si dà spazio all’associazione ambientalista Retuvasa il cui presidente Alberto Valleriani dichiara: «L’epicentro dell’inquinamento è proprio qui». Ma l’inquinamento della valle del Sacco non è solo Colleferro. E non è solo l’industria bellica. Dopo sono arrivate la chimica e le imprese di ricerca e sviluppo. Il problema è risalente negli anni: un primo allarme è degli anni Settanta. Sul primo numero di Medicina democratica, nel 1979, venne pubblicata una relazione, prodotto del lavoro di sindacalisti e medici, sulle malattie professionali.

La valle del Sacco è anche un proliferare di discariche abusive, come di aziende in disuso da bonificare. Per non parlare dello studio epidemiologico sulla salute nella valle del Sacco che ha evidenziato un aumento dei tumori nella popolazione e delle malattie respiratorie. Un’altra parte dell’articolo è dedicata a Ceprano. Tati siti contaminati, tante fabbriche da riconvertire, tanti rifiuti interrati ma il problema è che i soldi non ci sono.

Elisa Guerriero, 34 anni, ingegnere con una tesi sul fiume Sacco e assessore all’Ambiente a Ceprano afferma all’Internazionale: «Il Comune spera che i finanziamenti per le opere necessarie a mettere in sicurezza e bonificare vengano proprio dal Sin». Con più pragmatismo Eugenio Monaco, giurista e funzionario della Regione afferma: «chi ha inquinato si dilegua e le autorità pubbliche, quindi in definitiva la cittadinanza, devono farsi carico dei costi». Ma nell’Internazionale c’è posto anche per quelle piccoli o grandi situazioni di inquinamento tuttora attive tra Anagni, Morolo e Sgurgola. Chi guarda al futuro spera nel contratto di fiume: piccoli progetti per il recupero, ma anche di trasformare la valle del sacco in una piccola Ruhr.

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