Nonostante l'emorragia di voti registrata anche nelle roccaforti storiche del centro-sinistra, e le dure critiche rivolte alla segreteria del Partito Democratico, Matteo Orfini persiste nella sua linea. Fallimenti? Neanche a parlarne. L'Italia per il presidente Dem va spedita. Va veloce con un treno. Il carburante: le riforme. Alla Regione: Zingaretti. I capilista alle politiche saranno espressione di Frosinone e Latina.

Presidente Orfini, il tema del convegno di Fiuggi è sul ruolo innovatore della sinistra nella società europea e dunque italiana. Pensa che sia un ruolo finora esercitato bene?
«Si può fare meglio. A me pare, però, che in questi ultimi anni noi abbiamo preso un Paese che era fermo e lo abbiamo rimesso in moto. Adesso si tratta di fargli accelerare il ritmo. Non c'è ombra di dubbio, qualunque indicatore economico si voglia guardare, che l'Italia ha ricominciato ad andare avanti. E lo ha fatto grazie alle riforme. A tutte quelle innovazioni, anche complicate, attese da vent'anni che abbiamo messo in campo. La sinistra è anche questo: non ha paura di cambiare né di governare».

Ci troviamo nel limbo di una legislatura che da quattro anni non esprime una leadership chiaramente indicata dagli elettori. Ormai siamo a pochi mesi dalle elezioni politiche. Allo stato dell'arte, con tutta probabilità, si voterà con una legge elettorale che consegnerà agli italiani un Parlamento senza una maggioranza di governo chiara. O quantomeno difficilmente inquadrabile prima del voto. Cosa ne pensa?
«La politica non si può limitare a fotografare l'esistente ma deve lavorare per cambiarlo. Abbiamo 8 mesi per rafforzare il nostro progetto. Si voterà realisticamente tra febbraio e aprile. C'è una legge elettorale che difficilmente si riuscirà a cambiare: abbiamo visto come è finito con il modello tedesco che aveva sulla carta l'80% dei consensi ed è caduto ai primi emendamenti nel voto segreto. Se non si vogliono maggioranze confuse, o di larghe intese, occorre centrare l'obiettivo con la legge proporzionale».

Lei dopo la vittoria di Renzi alla segreteria del partito disse che non c'erano spazi per le coalizioni e soprattutto ad accordi con quelli che vi avevano definito dittatori del partito. È sempre così, oppure per le Regionali c'è una deroga?
«Io ho detto che non ha senso alle politiche fare delle coalizioni perché c'è una legge elettorale che non le prevede. Noi, subito dopo il voto, cercheremo di stilare accordi con le forze più omogenee al Pd. Ovvero con tutte quelle di centrosinistra. Però non ha alcun senso discuterne prima. Cosa diversa è alla regionali del Lazio, dove dovremo costruire una coalizione che ci aiuti a vincere».

Si sente di dare per scontata la ricandidatura di Zingaretti?
«Direi proprio di sì. Nicola ha manifestato la volontà di ricandidarsi e noi siamo tutti ovviamente felici, avendo sostenuto la sua esperienza».

Non crede possa essere tentato per un'avventura parlamentare?
«Mi sembra che lo abbia escluso anche per mettere a frutto il consenso costruito i questi anni».

Non le sembra eccessiva l'apertura politica di Renzi e del Pd verso il sindaco di Amatrice, considerato che Pirozzi potrebbe essere l'avversario di Zingaretti?
«Non è stata un'apertura di carattere politico. Faccio notare che non si può rimanere distanti da realtà del genere solo perché il sindaco non è del tuo partito».

A qualcuno è sembrato che lo abbiate rincorso per farlo entrare nel Pd.
«È una cosa di cui non si è mai discusso. È sempre stato un discorso di carattere istituzionale. Dal Governo e dalla Regione ci siamo messi a disposizione per dargli una mano senza guardare di quale partito fosse».

Veniamo alle questioni di carattere locale. A Frosinone il Pd, qualche settimana prima delle amministrative, si è trovato a festeggiare una schiacciante vittoria di Renzi con l'80 percento dei consensi. Quella stessa macchina, a quanto pare, non si è attivata allo stesso modo per le comunali, dove la lista Dem ha fatto registrare ben 17 candidati con meno di 10 voti. Gli anni prima c'erano state le catastrofi di Cassino, Sora e Ceccano. Sembra, però, che non ci sia stata nessuna reazione. È un problema nazionale o locale?
«Noi abbiamo fatto un congresso molto partecipato con cui Renzi ha vinto e i risultati sono ben noti. Poi ci siamo messi a fare la campagna elettorale. Non è vero che è mancato l'impegno. Probabilmente non tutti si sono misurati con lo stesso entusiasmo. A fronte di qualche candidato che non ha preso preferenze, altri ne hanno ottenute tante. Anche io, nel mio piccolo, sono venuto a dare una mano: ho fatto un paio di iniziative perché invitato da amici e compagni di Frosinone. È chiaro che dobbiamo riflettere sul risultato, a cui si sommano tante cose. A cominciare da un radicamento storico di centrodestra in Ciociaria. Senza dimenticare che per un sindaco uscente, anche forte, è sempre più semplice vincere. Il giorno dopo, però, ci siamo messi a lavorare».

La componente Orfini in questa provincia è davvero forte. Si sente di dare qualche anticipazione sulle candidature?
«Questo non spetta a me. Io credo che quando si va ad elezioni difficili come le prossime politiche bisogna mettere in campo tutte le forze più radicate. Credo che sarebbe sbagliato fare delle liste per garantire questo o quello. Noi dobbiamo puntare sulle persone più forti a correre per garantire al partito il 40% che consentirebbe il premio di maggioranza. Ci sarà ovviamente una discussione che incrocerà il livello locale con quello nazionale. L'importante è che non vengano calate personalità nazionali dall'alto, soprattutto a legge vigente. I territori dovranno essere ben rappresentati».

A proposito di territorio, noi siamo il quotidiano del basso Lazio. A Latina, in questi giorni, sta montando la preoccupazione per la legge che vuole mettere al bando i simboli del Ventennio. Si prevedono manifestazioni e contestazioni molto forti per la visita della presidente Boldrini. Non le pare quantomeno fuori luogo spostare il dibattito su queste vicende, che creano ulteriori lacerazioni in un momento così delicato, invece di pensare con più attenzione al futuro dei giovani, al controllo dell'immigrazione e alla ricerca di uno spazio in Europa un po' più forte?
«Nessuno ovviamente immagina di tornare alla "damnatio memoriae" come facevano i Romani. Nessuno vuole mettere fuori legge simboli di una storia, anche se non certo felice del nostro Paese. Non ci si accanisce contro i monumenti. Questo lo fanno i talebani e non potrebbe avvenire in una nazione civile come la nostra. Cosa diversa, però, è evitare che tornino atteggiamenti e argomenti che la Costituzione e le nostre leggi bandiscono. L'Italia è democratica perché sono stati cacciati i fascisti. Nel momento in cui, purtroppo, riemergono atti squadristi, aggressioni, offese e insulti, bisogna vigilare».