Il giornale di oggi

abbonati

sfoglia

Giovedì 08 Dicembre 2016

Meteo Frosinone









Il business del sesso: tra controlli maniacali, crudeltà e investimenti nel mattone

Foto di archivio

0

Il business del sesso: tra controlli maniacali, crudeltà e investimenti nel mattone

Frosinone

La durata dei rapporti, le tariffe da applicare, i guadagni minimi che ogni ragazza doveva portare a casa. E poi i trasferimenti di denaro in Romania, gli investimenti immobiliari ma anche azionari. Come in qualsiasi altra impresa, anche in quella della prostituzione nulla viene lasciato al caso. Il clan romeno, smantellato dalla Squadra Mobile di Frosinone con l‘operazione “Sex and the City”, curava ogni singolo aspetto della filiera a luci rosse sulle strade ciociare, anche i particolari apparentemente marginali. Un’attenzione che non di rado sfociava nell’ossessione, in atteggiamenti quasi maniacali, come ad esempio il divieto di utilizzare Facebook o altri social network. Tutto doveva funzionare a pennello, per evitare che il sodalizio criminale implodesse su stesso e soprattutto per ottimizzare al massimo i profitti. Anche a costo di costringere le ragazze ad abortire. 

La durata delle prestazioni

Oltre che ai vestiti (se si possono definire così quei pochi indumenti che le donne potevano indossare anche quando gelava) e alle pose da tenere mentre “battevano”, i protettori prestavano la massima attenzione ai tempi delle prestazioni. Che dovevano durare non più di 5-7 minuti. Se le ragazze sgarravano venivano subito richiamate all’ordine. Indicativo un sms intercettato dalla polizia: «Ma che stai facendo vedo che sei stata quasi con tutti 8-9 minuti anziché massimo 7», scrive uno dei collaboratori del clan a una ragazza. Per cronometrare le prestazioni, i protettori utilizzavano il sistema degli squilli. Le prostitute dovevano fare uno squillo a inizio rapporto e un altro quando terminava. E se qualche cliente faceva storie per la brevità dei rapporti, i protettori erano pronti a intervenire: «Sono stata 7 minuti ho litigato non mi lasciava andare via», scrive una ragazza a uno dei protettori. E lui gli risponde: «Quando rompe il cazzo chiama me così si spaventa lo ‘scemo’». 

Le tariffe e i guadagni

L’altro assillo dei protettori erano i guadagni. Ogni ragazza, secondo i protettori, doveva fruttare come minimo 200 euro a notte. La giornata di lavoro durava dalle dieci alle due di notte. Ma le ragazze che non rendevano abbastanza erano costrette a fare gli “straordinari”, anticipando o prolungando l’orario di lavoro fino a quando non avessero guadagnato almeno 500 euro. In media, ogni ragazza riceveva dai 5 ai 10 clienti. Nella propria area di competenza il clan romeno era riuscito a imporre le proprie tariffe in regime di monopolio: 30 euro a prestazione. Anche se capitava che qualcuna scendesse a 20 euro e c’era anche chi era disponibile ad avere a rapporti senza “gomma”. Dai calcoli effettuati dalla polizia, in base alle movimentazioni di denaro, in un mese l’incasso variava dai  9.000 e ai 10.000 euro. 

I trasferimenti in Romania

I soldi guadagnati sulle strade del sesso della provincia di Frosinone finivano tutti in Romania. I trasferimenti di denaro, in una buona parte dei casi, avvenivano attraverso la “Western Union”. Nell’arco di breve tempo venivano effettuate numerose operazioni da 150, 300, al massimo 500 euro. Somme modeste per evitare che scattassero i limiti previsti dalle agenzie di trasferimento . Ma c’era anche un canale alternativo. Per mandare i soldi in Romania spesso il sodalizio criminale si serviva, grazie alla complicità degli autisti, anche dei pullman che partono quotidianamente da Roma alla volta dell’est europeo. 

Gli investimenti

Buona parte dei soldi guadagnati e inviati in Romania, dove si trovava il capo del clan, veniva investita e ripulita in operazioni immobiliari, sia compravendite che la costruzione di edifici, magari per aprire un club a luci rosse. Non solo. Dalle carte dell’inchiesta, in più occasioni, si fa riferimento anche a soldi finiti in Fondi d’investimento dell’Unione Europea. In un caso, in particolare, si parla di 10.000 euro transitati su un fondo. Il clan, soprattutto il capo - Sarban Vladut Cristian detto “Cristi” - cercava di far fruttare i soldi della propria “azienda” in Italia. A riprova che la delocalizzazione, con il business della prostituzione, funziona al contrario.

Niente Facebook per le schiave

Al freddo e sotto l’acqua. Vicino al fuoco per scaldarsi. Mezze nude o in pose ridicole per essere più appetibili. Controllate a distanza visiva e al telefono. Ma soprattutto tenute sotto stretta sorveglianza anche quando non “lavoravano”. Costrette a chiedere il permesso per fare la spesa, mandare quel poco dei guadagni che restava a casa e perfino comprare la carbonella dai cinesi per scaldarsi. Insomma le ragazze subivano una attenta e costante vigilanza. Nei dialoghi intercettati dalla polizia, spesso prostituta e protettori si scambiavano affettuosità, “mammina”, “papino” e “amore”, ma per gli investigatori era solo una parvenza. Le ragazze erano tenute sotto scacco. E a ogni sgarro erano punite. Botte tante, al punto che una sera una di queste per i troppi lividi era rimasta a casa. Minacce pesanti a chi aveva contatti con l’esterno, come una ragazza che era stata consigliata da un’amica, romena pure lei, a ribellarsi e andare alla polizia (ma poi non l’aveva fatto). E appena un minimo sospetto era giunto alle orecchie dei protettori, la vigilanza si era fatta più stretta. Guai dunque ad aprirsi un profilo Facebook, oppure chattare con qualche cliente.

Costrette ad abortire

Per guadagnare di più, le prostitute erano portate ad avere rapporti non protetti. Con il rischio di contrarre malattie, ma anche di rimanere incinte. Nonostante tutto, le donne erano costrette a prostituirsi. Ma la preoccupazione c’era. Come risulta da alcuni dialoghi intercettati tra prostitute: «Ma con quello che fai?», chiede una; «la interrompo», la risposta, con la prima che la sollecita a far presto: «Ti ritroverai che non la potrai più interrompere, non giocare». E così, «estremamente seccato per aver dovuto accompagnare» (scrive il gip), la ragazza a Roma per compiere l’intervento di interruzione della gravidanza, lo sfruttatore resta impietoso. Intercettato, con un complice dice: «Adesso deve fare prima le analisi, poi devo stare a vedere cosa succederà, come e in che modo... non so... le do due calci nella pancia e abortisce tutto!».

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400