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Giovedì 08 Dicembre 2016

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Riesplode la guerra del latte Coldiretti: nel 2015 chiuse mille stalle
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Riesplode la guerra del latte
Coldiretti: nel 2015 chiuse mille stalle

Provincia

"La vita o la morte delle nostre stalle dipende dall’adeguamento del prezzo del latte alla stalla, oggi sottopagato addirittura rispetto agli stessi costi di produzione sostenuti dagli allevatori".

 È la denuncia della Coldiretti alla manifestazione organizzata in provincia di Lodi, davanti allo stabilimento di distribuzione della multinazionale francese Lactalis, titolare dei marchi Parmalat, Galbani, Invernizzi e Locatelli. Manifestazione che riaccende la guerra a difesa del latte italiano.

"La mancata indicazione dell’origine delle materie prime lavorate in Italia penalizza consumatori e produttori. Nel 2015 hanno chiuso 1.000 stalle. Le industrie della trasformazione – commenta Vinicio Savone, presidente della Coldiretti di Frosinone – comprano il latte all’estero. Costa una miseria, è di qualità inferiore ma, una volta lavorato, viene rivenduto come italiano e ciò accade proprio perché manca l’obbligo di legge di indicare la provenienza delle sostanze importate. Il risultato è che i nostri 35.000 allevamenti rimasti rischiano di chiudere perché il prezzo del latte alla stalla riconosciuto ai produttori non copre neanche più i costi di alimentazione del bestiame. Da noi le industrie di trasformazione propongono accordi capestro sul prezzo che fanno riferimento all’indice medio nazionale della Germania, con una speculazione inaccettabile perché la produzione italiana si distingue per le elevate caratteristiche qualitative".

Intanto dalle frontiere transitano ogni giorno 3,5 milioni di litri di latte, ma anche cagliate che, trasformati industrialmente sul territorio nazionale, diventano per magia mozzarelle, formaggi e latte italiani all'insaputa dei consumatori. A fronte di una produzione nazionale di latte di 110 milioni di quintali, entrano dall’estero altri 86 milioni di quintali.

"Dobbiamo invertire il trend – aggiunge Giuseppe Campione, direttore della Coldiretti di Frosinone – per tutelare un comparto che esprime un valore di 28 miliardi di euro e occupa 150.000 addetti. È positivo il via libera del Consiglio dei Ministri alla reintroduzione dell’obbligo di indicare sulla etichetta degli alimenti lo stabilimento di produzione, ma serve anche la indicazione della provenienza. La metà della spesa è anonima per colpa della contraddittoria normativa Ue che obbliga i trasformatori a indicare in etichetta, ad esempio, la provenienza della carne bovina, ma non quella dei prosciutti. Medesimo discorso per latte e formaggi. E così due prosciutti su tre sono venduti come italiani, pure se ottenuti da maiali allevati all'estero e tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro sono stranieri. Ma – conclude Campione – nessuno può saperlo perché in etichetta è indicato solo il luogo di lavorazione e non la provenienza della materia prima".

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